Fact checking

La petizione per il nuovo referendum sulla Brexit

«Invitiamo il governo di Sua Maestà ad applicare una norma che in caso di voto per il Remain o il Leave inferiore al 60%, e con un’affluenza sotto al 75%, preveda di indire un altro referendum». Questo il testo della petizione attivata ieri sul sito della Camera dei Comuni del Parlamento britannico che ha raccolto in poco tempo due milioni di firme. In base al regolamento parlamentare del Regno Unito, le petizioni presentate che superano le 100 mila firme devono diventare oggetto di un dibattito in aula. Ogni petizione rivolta al Parlamento britannico ha una durata di 6 mesi. Sulla pagina web della petizione è possibile anche consultare una mappa che mostra in tempo reale la consistenza e la provenienza geografica delle adesioni a questa richiesta di ripetere il referendum sull’uscita della Gran Bretagna dall’Unione Europea.

Un nuovo referendum sulla Brexit?

Fino a qualche giorno fa la proposta di indire una nuova consultazione, «nel caso in cui il voto per il Remain o per il Leave sia inferiore al 60 per cento e l’affluenza sotto il 75», è rimasta sotto traccia nel sito della Camera dei Comuni. Dal 24, a risultato acquisito a favore della Brexit, è avvenuto il miracolo o meglio l’assalto. Chissà come, qualcuno si è ricordato, ha passato parola e il web del Parlamento è andato in tilt perché oltre due milioni di persone hanno messo la firma. E alcuni deputati hanno, a loro volta, rilanciato l’iniziativa. Ma, come sottolinea il Corriere della Sera, la petizione ha scarse probabilità di raggiungere l’obiettivo:

Meglio togliere di mezzo ogni illusione. Teoricamente tutto è possibile. E sognare non è vietato. Ma che un primo ministro dimissionario si prenda la briga di convocare un secondo referendum è come pensare che Nigel Farage sia uno statista del livello di Churchill. Follia. E comunque, a scanso di equivoci, Cameron ha già spiegato: una volta e per sempre, non c’è via di ritorno. A chiudere il cerchio ci ha pensato Jeremy Corbyn, il leader laburista, che è stato categorico col no. «Dobbiamo pensare a unire e non più a dividere». Il verdetto del 23 non si discute.
Anche se ci sono tre o quattro milioni che pressano per avere la prova d’appello. Un esercito di arrabbiati non è cosa da sottovalutare. Ed è pur sempre un indizio serio dello stato d’animo che si è creato. Per cui il Parlamento dovrà, come minimo, dibattere la questione. Magari per poi archiviarla. Sarà invece risparmiato dalla discussione di una seconda petizione, non lanciata dal web dei Comuni ma da una piattaforma pubblica, che invita il sindaco di Londra a dichiarare l’indipendenza della capitale e a chiedere l’adesione all’Unione Europea. Centotrentamila firme. Simpatica. Ma è folklore.

referendum sulla brexit
I marchi in fuga dalla City dopo il risultato del referendum sulla Brexit (Corriere della Sera, 26 giugno 2016)

Un’altra consultazione popolare invece avanza. Forte dell’oltre 60% dei remain la first minister scozzese Nicola Sturgeon ha subito convocato una riunione straordinaria del suo governo. Un secondo referendum per l’indipendenza della Scozia all’indomani della vittoria di Brexit, è “un’opzione concreta”. La procedura, ha precisato la premier scozzese, è già stata avviata. Edimburgo ha anche chiesto a Bruxelles colloqui immediati per “discutere come proteggere il posto della Scozia nella Ue”. La Sturgeon ha poi chiesto di convocare un vertice ad Edimburgo con i rappresentanti europei. Conservatori e Labour: giorni complicati. L’ex premier Tony Blair ha criticato il leader laburista Jeremy Corbyn accusandolo di “non aver dato un sostegno sufficiente alla causa del remain”. Tra i Conservatori, dopo le dimissioni annunciate dal premier Cameron si è creata una faida interna al partito per evitare che Boris Johnson, l’ex sindaco di Londra e leader della campagna pro-Brexit, diventi primo ministro. Con le borse allo sbando, la sterlina ai minimi storici e le manifestazioni nelle città, non è popolare.
cosa cambia italiani brexit
Il dettaglio del voto sulla Brexit per territori e fasce d’età (Corriere della Sera, 25 giugno 2016)

Una regrexit dopo la Brexit?

 
Nonostante questo, un nuovo filone si fa strada online, nel Day After del referendum sulla Brexit: corre attraverso Twitter e si chiama #Regrexit, da ‘regret’, ovvero ‘rammarico, rimorso, pentimento, rimpianto’. Si tratta di un hashtag lanciato quasi contemporaneamente alla petizione. E allora c’è ad esempio chi twitta “#Brexit #Regrexit? credo che abbiate ancora una possibilità e continua a crescere…” e di seguito aggiunge le indicazioni per chiedere il secondo referendum. L’hashtag viene segnalato anche dalla Cnn, con diversi tweet di persone che sembrano pentite di aver votato a favore dell’uscita. Come una certa Khembe che scrive: “ho votato leave credendo alle menzogne e ora me ne rammarico più di ogni altra cosa, mi sento davvero rapinata del mio voto”. Ma molti messaggi, o meglio tweet lanciati con l’hashtag #Regrexit sono però perlopiù di persone che erano a favore del ‘Remain’, e quindi esprimono soprattutto frustrazione, piuttosto che pentimento. Come un certo Rafael Love secondo cui “#Regrexit è un fatto, e milioni di britannici ora cercano la pillola-del-giorno-dopo”. O come Pauline Mayers, secondo cui “Mentre i sostenitori del Brexit cominciano a realizzare le implicazioni del loro voto, dichiaro oggi, il 25 giugno il giorno del #Regrexit”.

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