Fact checking

La squadra "anti Wall Street" di Trump, fatta da quelli di Goldman Sachs e JP Morgan

trump goldman sachs

Ci sono due cose che in Italia si fa fatica a capire riguardo all’elezione di Donald Trump. La prima è che molto probabilmente gli elettori del Presidente non sono tutti scemi, ma anche se fosse non è certamente un motivo valido per invocare – ironicamente o meno – l’abolizione del suffragio universale. La seconda invece è che si tende ad interpretare la vittoria di Trump come uno schiaffo, anzi un vaffanculo, al sistema dei poteri forti che ha governato gli Stati Uniti. Trump viene quindi variamente presentato come l’uomo che ha mandato a quel paese i giornalisti (quando in realtà molti grandi network, a partire da Fox News, erano dalla sua parte) e soprattutto come colui che guiderà la rivolta del popolo contro Wall Street, contro le banche, contro la politica dei palazzi (questa è divertente, visto che è un palazzinaro) e dell’establishment.
donald trump danilo toninelli

Tutte le volte che Trump è stato anti-establishment: zero

Almeno questo è quello che ci stanno spiegando i vari Salvini, Grillo e Toninelli che oltre a ribadire l’ovvio, ovvero che l’elezione di Trump è il segno che i cittadini USA volevano un cambiamento, sostengono che “la sconfitta di Hillary Clinton è la rivolta di un popolo contro Wall Street, contro le banche, contro la politica dei palazzi, dei grandi giornali, dell’establishment“, una descrizione che ben si adatterebbe all’ex Presidente dell’Uruguay Pepe Mujica, ma non a Trump. Partiamo dall’ultima affermazione, Trump è a tutti gli effetti un membro dell’establishment, non solo perché è ricchissimo (e quindi fa parte di quel famoso 1% della popolazione), non solo perché è stato candidato dal Partito Repubblicano (non certo un “movimento di ggente”) ma anche perché nel corso della sua carriera politica è sempre stato affiliato ad uno dei due principali partiti politici americani, con una spiccata preferenza per i repubblicani. Ma andiamo oltre, la cosa che più interessa ai populisti di casa nostra è il fatto che Trump sia contro la finanza internazionale i banchieri e possibilmente anche i massoni (ma solo se gli avanza del tempo). Il problema è che già a guardare quanto detto da Trump durante la campagna elettorale le cose non stanno così, Trump non ha mai nascosto di avere intenzione di abrogare tutte quelle leggi che mettono limiti all’attività finanziaria di Wall Street e ieri l’ha detto esplicitamente. Ma le cattive notizie per i fan italiani di Donald Trump ovviamente non finiscono qui. Il Presidente sta infatti lavorando alla composizione di quella che sarà la sua squadra di governo e ci si aspetterebbe in vista della battaglia contro Wall Street, le banche e la politica dei palazzi la nomina di personaggi nuovi, al di fuori dell’establishment.

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Quando Di Battista ci spiegava che la riforma costituzionale è voluta da JP Morgan

Gli uomini di Goldman Sachs e JP Morgan al potere, ma tranquilli lotteranno contro Wall Street

Sorpresa: non è così. A quanto pare Trump sembra voler fare affidamento su una squadra di politici collaudati, a partire dall’ex sindaco di New York Rudy Giuliani che dovrebbe avere il ruolo di procuratore generale (in lizza c’è anche il Governatore del New Jersey Chris Christie, strenuo difensore della causa contro i matrimoni gay). Nel ruolo di Segretario di Stato in pole c’è l’ex speaker della Camera Newt Gingrich uno che è in politica solamente dal 1979. Ma la sorpresa maggiore riguarda il Tesoro, per quella posizione Trump sta pensando a Steven Mnuchin, finanziere che ha lavorato per 17 anni a Goldman Sachs e che ora è CEO di una società di consulenza in ambito finanziario, la Dune Capital Management e che in passato ha lavorato anche per un hedge fund di proprietà di George Soros. In alternativa, sempre per il Tesoro, circola anche il nome di Jamie Dimon  che è “solo” il  capo di JPMorgan Chase. Questo dovrebbe essere sufficiente per fugare i dubbi riguardanti il fatto che Trump abbia intenzione di non fare sconti a Wall Street; non ne farà: farà tutto quello che chiederanno. Anche al Dipartimento dell’Energia potrebbe andare una figura sicuramente anti-establishment che non ha nulla a che fare con le banche e con i poteri forti come il petroliere e amico personale del Presidente Harold Hamm, a capod della Continental Resources dell’Oklahoma, una compagnia che si occupa di estrarre il shale oil tramite il fracking. Questa settimana Hamm ha già dato la sveglia a Trump chiedendo al Presidente di abrogare le leggi che regolamentano le trivellazioni per la produzione di idrocarburi sostenendo che il Governo sta facendo collassare il settore della produzione energetica. Tra le altre cose Hamm è uno che sostiene che il riscaldamento globale non è il problema principale del Mondo, che è invece il terrorismo islamico. Serve altro? Ad esempio David Malpass che è il capo del Transition team per gli affari economici e il dipartimento del Tesoro, ovvero colui che si occuperà del periodo di transizione da qui al 20 gennaio. Malpass è ex chief economist a Bear Stearns, la banca che il cui crack nel 2008 (prima di Lehman Brothers) innescò la crisi finanziaria. Infine un posticino potrebbe spuntare anche per Sarah Palin, l’ex governatrice dell’Alaska e leader del partito ultra populista dei Tea Party.
Grazie a E. F. per l’ispirazione

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