Fact checking

Dieci domande (e risposte) sul referendum in Grecia

In attesa del referendum di domenica pubblichiamo un riepilogo senza pretese di sistematicità e in forma di Q&A di quanto accaduto nelle ultime settimane tra Atene e Bruxelles. Seguirà un ulteriore approfondimento sugli anni precedenti.
1) Su cosa si vota domani in Grecia?

Formalmente, domani in Grecia si vota per un referendum sulle misure proposte dai creditori della Troika al governo di Atene guidato da Alexis Tsipras, misure che rappresentano l’ultima offerta di ridiscussione di un piano di riforme economiche nel paese. Il quesito è tecnico ma tutti i greci – se non altro perché ne dibattono pubblicamente da ormai sei anni – hanno capito su cosa in realtà si vota: sull’austerità. E sanno anche che un no potrebbe provocare (magari indirettamente) l’uscita dall’euro per Atene.
2) Tsipras lascia decidere i greci perché è un Ponzio Pilato?

Questa è una bufala. Basta avere vaghe reminescenze del catechismo per ricordare che Pilato divenne proverbiale per la decisione di non schierarsi nel “referendum” tra Gesù e Barabba. Tsipras si è schierato per il no al referendum, e già questo dovrebbe bastare per far cadere il parallelismo.
3) Ma perché Tsipras non ha deciso da sé e respinto il piano se non gli piaceva?

Per tre ordini di motivi. In primo luogo perché questo avrebbe significato una rottura definitiva con il fronte dei creditori, e il mandato popolare in base al quale Tsipras era stato eletto lo impegnava a trovare un accordo e non a rovesciare il tavolo. In secondo luogo perché un voto in Parlamento (previsto in ogni caso) sul piano dei creditori avrebbe rischiato la bocciatura da parte dei più radicali di Syriza e il premier non avrebbe avuto la maggioranza per farlo approvare (o si sarebbe dovuto appoggiare a una maggioranza diversa dalla sua, sancendo così la fine della sua idea di ridiscutere il piano e la fine del governo). In ultimo, perché Tsipras pensa che vincendo il referendum potrebbe tornare legittimato ulteriormente al tavolo. Anche se quest’ultimo motivo è probabilmente un’illusione, visto l’atteggiamento dei creditori sul voto.
4) La differenza tra i piani proposti da Tsipras e da quello dell’Unione Europea era di appena 5 miliardi. Non è stato un cretino a non chiudere l’accordo per una differenza così piccola?

Intanto questa domanda è importante perché fa strame delle varie bufale scritte dai giornali italiani, i quali hanno sostenuto a più riprese che Tsipras non ha mai presentato un piano: se c’è una differenza tra un piano e un altro, allora significa che due piani sono stati presentati (quello di Tsipras, tra l’altro, conteneva anche misure recessive e contraddittorie). In realtà, come hanno confermato a più riprese Tsipras e Varoufakis e anche la proposta di ultima mediazione di Juncker martedì scorso, il governo di Atene chiede in cambio delle misure una ridiscussione del debito nei confronti dei creditori, che preveda o un taglio, o un posticipo delle scadenze. Da quest’orecchio però i creditori non ci sentivano. Il Fondo Monetario Internazionale ha proposto di ridiscutere le scadenze dell’Europa lasciando ferme le proprie, salvo poi ammettere in documenti riservati prima e pubblici poi che il debito greco è insostenibile. L’ultima proposta di Juncker comprendeva invece la ridiscussione sul debito di Atene, e per questo era stata accolta con favore dal governo greco che però ha poi fatto una controproposta che l’Eurogruppo ha avuto gioco facile a respingere per scarsa chiarezza.
5) Ma il referendum non era illegittimo?
Juncker ha invitato i greci a votare sì, fornendo così legittimità politica alla consultazione. Il Consiglio di Stato greco ha anche sentenziato che il referendum si può fare ieri sera. Ma chi sostiene la tesi dell’illegittimità sicuramente ne saprà di più dei giudici greci…
6) Che succede se vince il sì?

Succede che cade il governo di Alexis Tsipras. Il premier ha detto di non essere un uomo per tutte le stagioni, dando a intendere che si dimetterà in caso di vittoria del sì. Varoufakis ha detto chiaro e tondo che se ne andrà. C’è anche la possibilità che il governo vari alcune misure e si dimetta e Syriza si presenti alle elezioni con un programma più radicale che preveda anche l’uscita dall’euro.
7) E dopo le dimissioni di Tsipras?
Formalmente, il presidente della Repubblica greca deve dare l’incarico prima al secondo arrivato alle elezioni e poi al terzo per dare loro la possibilità di fare un governo di unità nazionale. In caso non si riuscisse, si tornerebbe al voto. Nella pratica, molto dipenderà da cosa decideranno di fare le istituzioni europee riguardo la liquidità delle banche greche e la trattativa con Atene. Però per prendere alcune decisioni hanno per forza bisogno di un interlocutore che ci metta la faccia.
8) Che succede se vince il no?

Succede che il governo greco avrà una legittimazione più ampia a trattare un nuovo piano con i creditori, ma Europa e Fondo Monetario Internazionale saranno a quel punto legittimati a pensare che la deriva presa dalla situazione potrebbe essere pericolosa. La Grecia non ha ripagato una rata del prestito al FMI e questo ha certificato il ritardo con i pagamenti (non ancora il default). A luglio però il governo avrà un’altra scadenza che non è in grado di onorare con i creditori europei, che potrebbero dichiararne il default o chiedere il rientro immediato dei prestiti. Senza contare che la BCE potrebbe anche chiudere i rubinetti ad Atene già da lunedì, come minacciato tra le righe dal suo vicepresidente Vitor Constancio. Questa decisione porterebbe però uno sconquasso nell’eurozona, e proprio per la sua missione di mantenerne la stabilità, secondo alcuni, Francoforte non sarebbe legittimata ad agire in tal senso.
9) Ma quindi sia che vinca il sì, sia che vinca il no, saranno guai?

Nel breve periodo sicuramente. Poi bisognerà vedere come evolverà la situazione interna della Grecia e quella dell’Eurozona, chi sarà al potere dopo il referendum e chi vincerà le prossime elezioni. Tsipras e Syriza godono di gradimento altissimo nel paese, ma pagheranno una sconfitta politica nella consultazione mentre le conseguenze esterne di una vittoria potrebbero portare a perderne ampiamente nel futuro prossimo. Di certo una vittoria di Tsipras assesterebbe un duro colpo alla politica dell’austerità che l’Eurozona negli ultimi tempo ha adottato, e darebbe anche un forte aiuto ai vari movimenti antieuro che hanno sposato la causa di Tsipras spesso senza alcuna reciprocità, oltre che costituire un buon precedente per il voto in Spagna, dove Podemos ha una linea politica simile a quella di Syriza, in Irlanda e in Portogallo. E forse anche in Italia.
10) A proposito di Italia, non è imbarazzante che i vari Fassina, Grillo, Salvini stiano tutti con Syriza?
Sugli endorsement imbarazzanti ha già risposto Syriza. In realtà gli italiani appoggiano il referendum in Grecia per ricavarne un tornaconto politico personale per le loro battaglie. Ed è probabile che ci riescano. Ma per un giudizio di sintesi sulla questione magari è il caso di citare un insospettabile: Silvio Berlusconi, che in una lettera al Giornale ieri scriveva: «Perché i greci hanno eletto Tsipras? E perché tanti spagnoli votano Podemos, tanti italiani Grillo, tanti francesi Marine Le Pen? Perché questa Europa sta facendo fallire il sogno europeo». E dover citare Silvio Berlusconi dà abbastanza l’idea che la situazione è disperata, ma non seria.
 
Per saperne di più: