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Come Di Maio se ne sta fregando dei lavoratori Valtur licenziati

Il primo appello a Luigi Di Maio i lavoratori di Valtur  lo avevano lanciato il 4 giugno, il giorno dopo l’insediamento del governo Conte e la nomina del ministro del Lavoro e dello Sviluppo Economico. C’era da scongiurare l’avvio della procedura di licenziamento collettivo per oltre un centinaio di addetti della sede milanese della storica azienda italiana (Valtur sta per Valorizzazione Turismo) fondata nel 1964. Dopo essere stata acquisita nel 2016 dal Fondo Investindustrial di proprietà della famiglia Bonomi a marzo del 2018 la società era stata messa in concordato liquidatorio e per i dipendenti era iniziato l’incubo. Ma c’era ancora un barlume di speranza, se solo il MISE avesse risposto ai lavoratori.

Quegli incontri al Ministero senza Di Maio

L’incontro promesso c’è stato il 13 giugno. Il ministro Di Maio non c’era ma al funzionario del MISE lavoratori e sindacati hanno avanzato due richieste: bloccare la procedura di licenziamento per concedere ancora qualche tempo per trovare una soluzione che salvasse i posti di lavoro. Il Ministero però, al di là dell’apertura del tavolo di trattativa, non ha fatto nulla e il 15 giugno i lavoratori della Valtur sono stati licenziati. Tutti a casa, senza Cassa Integrazione (perché non è prevista) con solo la Naspi, l’indennità di disoccupazione. Al contrario di altri casi – ad esempio quello della Comital – il governo si è completamente disinteressato della vicenda e non si è impegnato a creare norme “ad hoc” per salvaguardare la dignità dei lavoratori.

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Il comunicato di FILCAMS a Di Maio del giugno 2018

Eppure il governo precedente già era intervenuto con una strana operazione di salvataggio. Nel giugno del 2017 Cassa Depositi e Presititi aveva infatti acquistato da Bonomi- per la cifra di 43 milioni di euro – tre strutture, tre villaggi vacanze, di Valtur; quelli di Marina di Ostuni, Marileva e Pila. La proprietà si era impegnata ad investire 6,5 milioni di euro di investimenti per rilanciare le sue attività. CDP ha poi afffidato la gestione dei tre villaggi a TH Resorts, una società di cui la stessa Cassa Depositi e Prestiti dal 2017 detiene il 46%. Qualcuno si chiede come mai non sia stato possibile fare un’operazione analoga per salvare Valtur. Dopo il licenziamento è arrivata la vendita del marchio (senza la cessione del ramo aziendale) che a luglio è stato ceduto per 5 milioni di euro. Anche rispetto alla cessione del marchio i lavoratori speravano che il MISE si comportasse come ha fatto di recente per la questione della Pernigotti. Qualche settimana fa Di Maio aveva dichiarato che «dev’essere chiaro che il destino dei lavoratori della Pernigotti non può essere diviso dal marchio». Il destino dei lavoratori Valtur invece è stato completamente diverso.

Il silenzio assordante del ministro del Lavoro su Valtur

Senza assetti e senza marchio l’unica speranza per gli ex dipendenti della Valtur era quella di rivolgersi al ministero. «Dal MISE però non è arrivata nessuna risposta, nemmeno una promessa, nulla» racconta Francesco Cante uno dei lavoratori dell’area commerciale che sono stati licenziati a giugno. Francesco ha 36 anni e ha lavorato per Valtur per 12 anni anche prima dell’acquisizione da parte del Fondo Investindustrial ed è uno di coloro che hanno firmato l’appello a Di Maio.

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Un appello che però è rimasto sostanzialmente inascoltato. Il ministro non ha mai incontrato i lavoratori e i sindacati – lo hanno fatto invece i funzionari del MISE – nemmeno dopo l’avvio dei licenziamenti. A dimostrare maggiore interessamento al caso era stato il ministro dell’Agricoltura Gian Marco Centinaio, che però all’epoca non aveva ancora ricevuto le deleghe al Turismo. «Ma è chiaro che la questione doveva essere gestita da Di Maio, dal momento che ha i due ministeri competenti sulla materia, quello del Lavoro e quello dello Sviluppo Economico» continua Cante.

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Cante ci tiene a far sapere che la chiusura di Valtur non è solamente un problema di quei dipendenti che sono stati licenziati. La fine delle operazioni della società comporta anche effetti negativi sull’indotto, sui lavoratori stagionali che venivano impiegati nei villaggi ma anche dei fornitori e di quei piccoli paesi che in un modo o nell’altro grazie a Valtur riuscivano ad ottenere un maggiore afflusso turistico e vivevano delle economie generate dal villaggio. Anche dopo il licenziamento gli ex dipendenti non hanno smesso di chiedere l’intervento di Di Maio e del MISE. Lo hanno fatto il 14 settembre, con uno secondo appello al Governo. Anche questo però è rimasto inascoltato. Ne hanno fatto un altro, il terzo, ieri chiedendo a Di Maio di prestare ascolto alle loro rivendicazioni. Ed è quello che fa più male a tutti coloro che da un giorno all’altro si sono trovati in mezzo ad una strada: sapere che nessuno li ascolta, nessuno dà loro un minimo di speranza, anche solo una promessa. «Molti ex dipendenti sono in Valtur da oltre 25 anni e hanno più di 50 anni, che prospettive lavorative avranno? Io ho 36 anni e fatico a trovare lavoro, immaginatevi loro» chiosa Cante ricordando al ministro il dramma di trovarsi senza lavoro a 50 anni e passa. Sono lavoratori che hanno investito la loro vita e dedicato la loro professionalità ad una società che si è dissolta e della quale nessuno nell’esecutivo ha avuto a cuore il destino.  «La vicenda Valtur  non ha tuttora trovato ascolto in sede governativa»  ha commentato Luca De Zolt, funzionario di Filcams Cgil che segue la vicenda e ricorda che «malgrado le ripetute richieste di convocazione di un tavolo al ministero del lavoro e dello sviluppo economico, non abbiamo avuto finora alcuna risposta da parte del ministro Di Maio».

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