Economia

Il regalo del governo del Cambiamento agli italiani: il debito di Roma

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Virginia Raggi qualche giorno fa scriveva che Giovanni Floris voleva farla litigare con Matteo Salvini – che aveva parlato di gabbiani pterodattili e topazzi giganti a piede libero per la Capitale – ma che non ci sarebbe riuscito. Ha fatto bene la sindaca di Roma a glissare sui commenti del ministro dell’Interno perché ieri il governo di cui Salvini è vicepremier ha fatto un bel regalo al MoVimento 5 Stelle. E fa sorridere che il segretario del partito che per anni ci ha fracassato le scatole con la storia di “Roma Ladrona” ora accolli il debito della Capitale a tutti gli italiani, compresi quelli del Nord.

Che fine fa il debito di Roma?

Avanti dunque, prima gli italiani, la pacchia non è finita. Perché grazie alla grande manovra di propaganda il governo ha salvato Virginia Raggi, che ora può raccontare che con “un’operazione messa a punto con il Governo si mettono in sicurezza i conti e si liberano risorse per 2,5 miliardi”.  All’insegna dell’understatement l’annuncio della viceministra dell’Economia Laura Castelli che dopo aver detto «abbiamo risanato i buchi creati dai vecchi politici» ammette con falsa modestia che non è «niente di eccezionale, solo quello che chiunque avrebbe dovuto fare nell’interesse dei cittadini». Ma il buco in realtà rimane. Ed è quello creato tra il 2008 e il 2009 quando l’ex sindaco Alemanno e Silvio Berlusconi si inventarono la bad company, la Gestione Commissariale che si accollò il miliardario debito della città da 16,7 miliardi di euro.

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Cosa è successo quindi? Con quello che è a tutti gli effetti un trucchetto contabile. Bisogna tornare alla genesi del problema, e della Gestione Commissariale, che gestisce i debiti della Capitale. Il costo complessivo di 500 milioni l’anno è sostenuto in parte dallo Stato (che paga 300 milioni di euro) e in parte da Roma Capitale che attraverso una maggiorazione dello 0,4% dell’addizionale Irpef ricava ogni anno i 200 milioni di euro rimanenti. L’operazione di Governo e Comune di Roma non consiste in una rinegoziazione del debito ma semplicemente nella chiusura della Gestione Commissariale. In questo modo il Comune non dovrà più pagare quei famosi 200 milioni di euro l’anno e potrà abbassare – forse – l’Irpef.

Sorpresa: lo Stato si accolla il debito dei romani

Il debito però resta. E stiamo parlando di 12 miliardi di euro, a tanto ammonta il debito storico della Capitale che con la chiusura della Gestione Commissariale passa allo Stato. Perché l’operazione win-win di Laura Castelli consiste proprio nel trasferire con il Decreto Crescita il debito di Roma allo Stato centrale. Quindi perché è win-win? Perché contestualmente alla chiusura della bad company si libererebbero 2,5 miliardi di euro da qui al 2048. Soldi che però non possono essere per forza di cose derivanti dal “risparmio” del Comune. E allora da dove arrivano? Come spiega Roberto Petrini su Repubblica di Roma oggi si tratta semplicemente della somma dei soldi che già avanzano alla Gestione Commissariale. Basta moltiplicare i circa 50-100 che avanzano ogni anno per trent’anni ed ecco che saltano fuori i famosi 2,5 miliardi di euro.

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I 12,8 miliardi di debito rimangono. E se da un lato lo stato risparmierà – gradualmente – di sborsare 300 milioni di euro l’anno dall’altro i cittadini italiani si trovano a dover pagare i debiti dei romani. Tutto sostanzialmente per consentire alla Raggi che, forse, abbasserà l’Irpef. Perché è evidente che se la gestione commissariale risparmia già oggi circa una novantina di milioni all’anno questo risparmio già sarebbe sufficiente a ridurre l’Irpef. Non di molto però perché ammonta a meno della metà dell’addizionale supplementare. Quindi l’abbassamento promesso probabilmente sarà molto diverso da quello sperato dai romani. Nel frattempo però i debiti andranno pagati ai rispettivi creditori. E alcuni sono i sottoscrittori dei 3,6 miliardi di BOC, i titoli di prestito emessi al 5% dall’assessore al Bilancio della giunta Veltroni Marco Causi per convertire altrettanti prestiti emessi nei decenni precedenti ad un tasso ancora più alto.

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