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Cosa ha capito Toninelli del suo consulente condannato per bancarotta

Ieri il ministro delle Infrastrutture e dei Trasporti Danilo Toninelli è intervenuto a Zapping su Radio 1. Nel suo intervento ha trovato anche il tempo di parlare di Gaetano Intrieri, suo consulente condannato per bancarotta che ieri ha smentito di aver taroccato il suo curriculum dopo le accuse pubblicate sul Foglio.

Cosa ha capito Toninelli del suo consulente condannato per bancarotta

Dopo la domanda del conduttore Giancarlo Loquenzi, Toninelli esordisce parlando d’altro, ovvero delle concessioni delle autostrade pubblicate dal ministero dopo che quella di ASPI era stata pubblicata dalla società e continua raccontando di sindaci del MoVimento 5 Stelle che erano stati inquisiti e poi sono stati archiviati (mentre nel caso del suo consulente parliamo di una condanna in Cassazione passata in giudicato).

danilo toninelli

Poi finalmente il ministro entra nel merito: «La condanna è per un fatto che ha salvato una società. E quindi potrebbe essere equiparabile ad un atto di coraggio fatto per non far andare in mezzo a una strada dipendenti e familiari di questi dipendenti. Detto questo il sottoscritto non ha sposato nessuno se non mia moglie, ad oggi la persona sta lavorando bene per questo ministero ma le verifiche le facciamo su tutti». Ora, in primo luogo andrebbe osservato che la società Gandalf, a cui si riferisce il ministro, è fallita nel 2004. Il presunto atto di coraggio del ministro è quindi perlomeno fallito.

La versione di Toninelli è leggermente diversa da quella dei giudici della Cassazione

In secondo luogo, ciò che ha detto Toninelli ricalca pedissequamente quanto dichiarato da Intrieri in un’intervista al Fatto Quotidiano: nell’intervista affermò che per salvare l’azienda e rilanciarla fu “costretto a pagare 420 mila euro a una società americana, la Aws, che per Gandalf aveva effettuato una mediazione con i lessor di alcuni aerei e curato l’ingresso di altri Boeing 737 necessari per dare un futuro alla compagnia. Gli americani non volevano essere pagati ufficialmente da Gandalf, perché temevano fallisse e non volevano perdere i soldi. Non avevo scelta se volevo salvare l’azienda e tutelare lavoratori e azionisti”.

gaetano intrieri toninelli

Giacomo Amadori sulla Verità, che per primo ha sollevato il caso, ha invece spiegato cosa c’è scritto nella sentenza di condanna:

Gli improvvisati avvocati difensori di Intrieri forse dovrebbero esaminare con attenzione le sentenze e pure i verbali di interrogatorio con le confessioni del manager. La Cassazione, per esempio, non lascia scampo: «L’appropriazione della somma di 429.000 euro è stata confessata ad abundantiam dallo stesso imputato nell’interrogatorio del 13 maggio 2005», scrivono le toghe del Palazzaccio.

Per le quali le conclusioni dei colleghi di primo e secondo grado «sono ineccepibili e nemmeno intaccate dagli argomenti difensivi, atteso che appoggiano su accertamenti della polizia giudiziaria e sulle confessioni dell’imputato fantasiosamente sminuiti, nella loro valenza dimostrativa, dai difensori di quest’ultimo». Ma è la Corte d’appello di Bologna a mettere in luce nel dettaglio le contraddizioni della difesa di Intrieri e a informarci che l’allora presidente della Gandalf, Giovanni Laterza, e l’ad Intrieri si dimisero dopo pochi mesi «per irregolarità dovute ad alcune operazioni da loro effettuate».

Ma nell’articolo Amadori parla anche della tesi del rimborso ad AWS:  la Guardia di finanza accertò che «i documenti a supporto del presunto pagamento alla Aws erano falsi, che la società svizzera attraverso la quale il pagamento sarebbe stato effettuato era in liquidazione dal 1999, che la banca svizzera asseritamente utilizzata per il pagamento non era più esistente».

Ma l’esperto di Toninelli dopo poche settimane, evidenziano i giudici, «ha sconfessato totalmente tale versione durante l’interrogatorio reso al pm il 1.3 maggio 2005», e la nuova verità «veniva confermata nel giugno del 2006». Nel 2005 il Pm Pietro Errede chiede all’indagato che fine abbiano fatto i 429.492 euro da lui incassati. La risposta di Intrieri è la seguente: «Io avevo un debito con Banca Intesa: di fatto, quindi, hanno appianato il debito».

gaetano intrieri

E si scusa: «In effetti ho detto delle inesattezze nel precedente interrogatorio, anche perché probabilmente mal consigliato». Nel 2006 il manager conferma il ravvedimento: «Queste somme servirono per ripianare la mia esposizione debitoria nei confronti di Banca Intesa per mie esigenze personali (…) Banca Intesa mi tartassava che dovevo rientrare». Il pubblico ministero domanda: «Lei aveva comunque un rapporto di credito con Aws?». La sincerità della replica quasi spiazza: «No, quella cosa 11 me la sono inventata. (…) la banca mi continuava a telefonare e io non riuscivo a lavorare sereno»

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