Economia

Claudio Borghi e l’uscita dall’euro che non è nel contratto

claudio borghi lega nord

Ieri la nomina di Claudio Borghi e Alberto Bagnai a presidenti di Commissione alla Camera e al Senato era stata vista – a torto – come il motivo della crescita dello spread. Oggi Borghi rilascia un’intervista al Corriere della Sera in cui dice prima di tutto che lasciare l’euro non è nel contratto Lega-M5S e poi sostiene che per l’Italia l’uscita dalla moneta unica sarebbe comunque positiva. Il deputato leghista però dice anche altre cose molto interessanti sulla posizione della Lega e sua personale riguardo l’euro, soprattutto se confrontate a quelle che diceva qualche tempo.

«Rottamare l’Euro—scrive Borghi nell’introduzione del suo volume — non è una scelta: questo sistema è destinato INEVITABILMENTE a finire, l’unico dubbio è QUANDO». Presidente, ma davvero con lo spread non c’entra nulla il fatto che lei sia dichiaratamente euroscettico?
«Io sono e resto convinto che per l’Italia il recupero della sovranità monetaria sarebbe positivo per la soluzione di tanti problemi».

Non mi pare un dettaglio.
«Aspetti. Ma mi rendo conto che si tratta di un processo difficile e che bisogna avere una maggioranza in Parlamento che oggi non c’è. L’uscita dall’euro, infatti, non è nel contratto di governo. E non era nemmeno nel programma del centrodestra, perché Forza Italia non era d’accordo».

Ma se in futuro la Lega dovesse presentarsi da sola alle elezioni l’uscita dall’euro sarebbe nel programma oppure no?
«Noi ci presenteremo a ogni elezione spiegando quali sono, secondo noi, le cose migliori da fare. Poi, come sempre, tutto dipende dai numeri che hai in Parlamento».

L’affermazione di Borghi sul programma di centrodestra è particolarmente interessante, soprattutto se confrontata con quello che diceva qualche tempo fa. Come abbiamo già osservato, Nel programma della Lega (che è diverso da quello della coalizione di centrodestra) si legge che “l’Italia non può uscire dall’Europa” intesa come luogo geografico (sic!) ma che si può uscire dall’Unione Europea che viene definita « un gigantesco ente sovranazionale, privo di una vera legittimazione democratica e strutturato attraverso una tentacolare struttura burocratica». Ovvero una gabbia.

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Fonte: Programma elettorale della Lega

Si legge anche che «l’euro è la principale causa del nostro declino economico, una moneta disegnata su misura per Germania e multinazionali e contraria alla necessità dell’Italia e della piccola impresa». Solo un pazzo vorrebbe restare all’interno di un meccanismo infernale. Ragion per cui la Lega propone di ridiscutere tutti i trattati e di ritornare allo stato pre-Maastricht.

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Una promessa che Salvini aveva già fatto nel novembre 2017 su Twitter e che però non tutti hanno capito. Cosa c’entra il Trattato di Maastricht – che è del 1992 – con l’euro? Il trattato di Maastricht è quello che ha fatto nascere la moneta unica e fissato i parametri per lo sforamento del rapporto deficit/pil. Per fortuna che ci ha pensato Claudio Borghi a spiegarlo dicendo: “Ma pensare che «Maastricht è l’euro non vi viene in mente?». Salvini poi ha sempre definito l’idea del referendum una sciocchezza, quindi non resta che il piano B:

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Ci sono diversi tweet del responsabile economico della Lega dove viene detto chiaramento che “rinegoziare Maastricht” non è altro che un sinonimo per l’uscita dall’euro. Perché «quando ognuno avrà la propria moneta come era prima di Maastricht, di Francia e Germania potremo preoccuparci di meno». Nel luglio del 2017 Borghi e Giorgetti spiegavano sul Populista (il giornale della Lega) che la riscrittura dei trattati aveva «l’obiettivo di tornare allo status di cooperazione pre-Maastricht che ha imposto moneta, parametri inventati di finanza pubblica e che col fiscal compact è diventato ancora più assurdo». Va da sé che la maggioranza dei paesi dell’Eurozona non ha alcuna intenzione di arrivare a quello che i due definiscono «uno smantellamento controllato e concordato di Euro e trattati capestro sia nell’interesse di tutti». Ed ecco quindi il Piano B: «Se però dovessero dirci di no, non ci faremo umiliare».

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