Economia

Alitalia, i manager con i SUV e la mini-mela per il pranzo del pilota

indagati alitalia

Daniele Martini sul Fatto Quotidiano racconta oggi il mini-pasto dei piloti di Alitalia: una mela dal diametro di appena due falangi dell’indice, una fettina trasparente di pomodoro e una di melanzana, un panino avvolto nel cellophane e non più grande del mignolo, verdurine anemiche miste in una ciotolina, due fettine esangui di bresaola con fogliette verdi di qualcosa che un tempo somigliava alla rucola. Non male, soprattutto in confronto ai banchetti e ai catering da applausi a cui erano abituati manager e vertici:

DA “RADIO PISTA” gli erano arrivate voci di catering luculliani ordinati a suo tempo dai manager italo-arabi per celebrare le nuove“strategy”, costati nel complesso 600 mila euro, e divorati dai nuovi capi, i quali, come Maria Antonietta a Versailles con la folla fuori che issava i forconi, non si vergognavano di strafare nonostante fosse chiaro a tutti che la compagnia stava perdendo inesorabilmente quota.

Come se la tragedia non li riguardasse, mai sfiorati dal dubbio che mentre ai dipendenti veniva imposto di tirare la cinghia forse loro potevano rinunciare almeno a qualche ostentazione. Qualche giornale l’aveva anche scritto di quei catering fuori luogo, ma il pilota, un tetragono aziendalista, non ci voleva credere.

pranzo piloti alitalia
Il pranzo dei piloti Alitalia: la foto del Fatto (14 febbraio 2020)

Il pilota ricorda che due anni fa, proprio negli stessi giorni in cui decisero di non pagare la tredicesima ai dipendenti per risparmiare, la flotta aziendale dei capi fu rinnovata con una quarantina di vistosi suv Cherokee. E poi

Come quando successe che una signora presentata come una super-manager dai nuovi padroni arabi volle dare un tocco di classe al look delle assistenti di volo della compagnia italiana imponendo a tutte, comprese compassate signore a due passi dalla pensione, di presentarsi con labbra dipinte rosso fuoco e calze color verde prato. E specificando pure cosa dovessero indossare sotto come intimo.

Repubblica racconta oggi che le accuse principali ai consigli di amministrazione che si sono succeduti tra il 2015 e il 2017 sono due.

Nel 2015 avrebbero iscritto a bilancio per 21 milioni due coppie di “slot”, «i diritti di atterraggio e ripartenza sulla tratta Roma-Londra», scrivono i magistrati, che in realtà valevano molto di più. E questo il cda, secondo la magistratura, lo sapeva bene. In mano avevano un accordo con Etihad in cui si stabiliva che quegli slot valevano 60 di milioni e che sarebbero stati ceduti a Etihad. Da dove veniva fuori quella cifra?

Da una perizia, scrivono i pm, «peraltro redatta da personale della stessa Alitalia» e che era, per la Procura, pacificamente concordata. A meno che il cda di Alitalia non fosse anche in grado di leggere nel futuro. La cifra indicata nella perizia – 21 milioni – viene infatti contabilizzata a bilancio tre giorni prima del deposito della consulenza. Come facevano a conoscerla, si chiedono i magistrati?

Certo è che per Alitalia è un grande affare. Qualche mese dopo, infatti, vendono gli slot a Etihad per 60 milioni e in queste maniera riescono a iscrivere a bilancio una plusvalenza da 39 che consente ai conti di essere più presentabili. In realtà, il grande affare lo fa Etihad che compra per 60 quello che, stando ai consulenti dei pm, valeva in quel momento 4-5 volte di più.

indagati alitalia

Non è l’unica cosa bizzarra. Nel bilancio consolidato, 12 mesi dopo, viene stimata in 13 milioni e 300 mila euro la partecipazione della società in Alitalia Loyalty, il programma Millemiglia. Lo si fa sulla base di un parere rilasciato dal professor Enrico Laghi, che è anche amministratore delegato di Midco, la società proprietaria del pacchetto di maggioranza delle azioni Alitalia. Bene: secondo i periti dei pm quella partecipazione valeva almeno 150 milioni di euro così come era stata valutata nei bilanci precedenti.

Così come l’aveva stimata Ernst & Young nel 2014 (che aveva parlato di una forbice tra 168 e 195 milioni). E così come l’ha poi pagata Etihad: 150 milioni, appunto. Che ha permesso ad Alitalia di fare una grande plusvalenza (136,7) ma anche ad Abu Dhabi di fare un gran business. Ernst & Young aveva valutato che quella partecipazione, in prospettiva, potesse valere il doppio (da 300 a 350 milioni) del prezzo pagato dagli arabi.

Leggi anche: I soldi spesi in banchetti e catering mentre Alitalia falliva