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I soldi spesi in banchetti e catering mentre Alitalia falliva

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Nell’Alitalia Sai già sull’orlo del baratro si davano 133.571 euro alla società «Relais le Jardin» quale fornitrice del catering «in occasione delle riunioni del consiglio di amministrazione». Altri 458mila euro si spendevano per quattro eventi aziendali inizialmente pagati da Etihad e«successivamente e indebitamente riaddebitati da quest’ultima a Alitalia Sai». Pur alle prese con problemi manageriali gravosi e una contabilità penosamente in rosso si volle dar seguito a una «cena di gala» alla Casina Valadier di Villa Borghese a Roma. Il costo? Ben 5.961 euro. Una circostanza contestata come bancarotta per distrazione nella chiusura delle indagini sul vettore di via della Magliana e sulla gestione Montezemolo-Colaninno. Racconta oggi Repubblica:

La procura di Civitavecchia e gli uomini del nucleo di Polizia economico-finanziaria della guardia di Finanza di Roma ricostruiscono così, in 26 pagine di avviso di conclusione delle indagini, la vera storia del crac Alitalia. I reati contestati, a vario titolo, sono quelli di bancarotta fraudolenta aggravata, false comunicazioni sociali, ostacolo alle funzioni di vigilanza, falso in atto pubblico. Ventuno gli indagati: dirigenti, componenti del consiglio di amministrazione, commissari e consulenti che nel corso di quasi tre anni, dal 2014 al febbraio del 2017, si sono alternati alla guida della società.

A rischiare il processo, gli ex ad Silvano Cassano, Luca Cordero di Montezemolo e Cramer Ball, l’ad di Etihad James Hogan. Ma anche l’amministratore delegato di Unicredit, Jean Pierre Mustier, e la vice presidente di Confindustria Antonella Mansi perché passati dal consiglio di amministrazione di Alitalia. Tra gli indagati c’è Enrico Laghi a cui viene contestato, tra le altre cose, di aver raccontato il falso al ministero dello Sviluppo economico quando ha accettato l’incarico di commissario dell’azienda. «Aveva detto – ricostruiscono i magistrati – di non aver prestato collaborazione ad Alitalia nei due anni antecedenti. E invece era stato loro consulente, emettendo un parere» sul prezzo delle azioni. Le accuse principali riguardano, però, i falsi in bilancio. Manager e consiglieri di amministrazione che si sono avvicendati avrebbero fornito «falsamente – si legge negli atti – dati di segno positivo difformi dal vero, consentendo il progressivo aumento dell’esposizione debitoria».

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In questa maniera, secondo i pm, «cagionavano o comunque concorrevano a cagionare il dissesto della società, anche aggravandolo». Nello specifico, la Finanza ha individuato plusvalenze fittizie per 136 milioni e 700 mila euro nel 2015 e per 83 milioni nel 2016. In questa maniera hanno potuto attestare «falsamente di rispettare le previsioni del piano industriale 2015-2018». La vigilanza non è riuscita a intervenire in tempo perché alcuni di loro (Mustier, Laghi e Mansi) avrebbero raccontato bugie sulla effettiva situazione «economica patrimoniale o finanziaria della società» all’Enac, «occultando con mezzi fraudolenti fatti che avrebbero dovuto comunicare».

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