Politica

Fase 2: la riapertura differenziata per aree tra Nord e Sud

La riapertura progressiva dell’Italia nella fase 2 dell’emergenza Coronavirus seguirà criteri di settore per la ripresa delle attività produttive e criteri territoriali per il ripristino (controllato e ridotto) della libertà di movimento dei cittadini

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Si comincerà dalle aziende, poi toccherà ai negozi e infine a bar e ristoranti: la riapertura progressiva dell’Italia nella fase 2 dell’emergenza Coronavirus seguirà criteri di settore per la ripresa delle attività produttive e criteri territoriali per il ripristino (controllato e ridotto) della libertà di movimento dei cittadini. Questo significa che l’Italia sarà divisa in tre macroaree mentre ieri sera Palazzo Chigi ha diramato una nota per spiegare che «sulle date ci sono soltanto ipotesi, fughe in avanti — in un momento tanto delicato — rischiano di alimentare caos e confusione».

Fase 2: la riapertura differenziata per aree tra Nord e Sud

Il Corriere della Sera scrive oggi che si comincerà dalle aziende, seguendo la tabella dell’Inail che classifica i livelli di rischio per i dipendenti. E dunque già mercoledì 22 aprile potrebbero ripartire alcune imprese che avranno dimostrato di poter rispettare le norme: distanziamento di almeno un metro, dotazione di dispositivi di protezione come guanti e mascherine, pulizia due volte al giorno, dispenser di disinfettanti agli ingressi e vicino ai computer, sanificazione dei sistemi di areazione, smart working per il maggior numero di dipendenti, orari differenziati per gli altri. Sì ai settori della moda,al tessile,alla produzione di autoveicoli e motocicli, al trattamento dei rifiuti. E poi i cantieri, le cave, le agenzie interinali. Con quali priorità? La Stampa ieri aveva annunciato 49 attività secondo i codici ATECO pronte alla riapertura. Il Messaggero le riepiloga oggi in un’infografica:

La tabella a lato, messa a disposizione della task force che sta definendo le grandi linee strategiche della riapertura dell’Azienda Italia, indica che molte attività non sospese a marzo – dagli uffici pubblici che hanno garantito servizi importanti, al settore del trasporto aereo, all’assistenza sanitaria e degli anziani- in tempi di pandemia vanno considerate come lavori a rischio alto o medio-alto.

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I settori produttivi per classe di rischio (Il Messaggero, 18 aprile 2020)

Perché questa tabella ora assume una importanza tutta particolare? Per due ragioni. La prima è che dimostra che durante una epidemia si può lavorare rimanendo sani, ovviamente rispettando regole particolarmente severe e avendo a disposizione tutti gli strumenti per difendersi. La seconda ragione è ancora più densa di significato: non sono gli ambienti in sé, come le fabbriche o gli uffici, a costituire occasione di particolare pericolo. La tabella segnala che in una fabbrica meccanica o di mobili se si lavora con guanti e mascherina difficilmente ci si può infettare perché si tratta di ambienti di lavoro a basso rischio.

Nelle intenzioni del governo potrebbe essere questo lo scaglionamento delle riaperture per la «fase 2», ma sul calendario nulla è ancora deciso. Spiega oggi il Corriere:

In un secondo momento saranno i negozi a riaprire. Se la curva epidemica continuerà a scendere, già il 4 maggio. Ma si dovrà evitare qualsiasi tipo di assembramento, per questo si dovranno scaglionare gli ingressi: un cliente e due lavoratori per un locale di 40 metri quadri, se è più grande entrate e uscite separate, se è più piccolo massimo due persone all’interno. La scelta sulle categorie sarà fatta in accordo con i governatori e alcune Regioni potrebbero decidere di rinviare ancora proprio per evitare la creazione di nuovi focolai.

Le linee guida per la ripartenza

Repubblica distingue tre fasi per la ripartenza: nelle prime due settimane dopo il 4 maggio sarà possibile muoversi solo all’interno dei confini regionali. Questa, al momento, l’ipotesi più quotata all’interno del governo. Dal divieto sarebbe escluso il traffico merci. La fine del lockdown non esclude la presenza di alcune zone rosse nelle aree in cui il virus continua ad essere pericoloso. E altre potrebbero aggiungersene in futuro, se emergeranno nuovi focolai. Un’altra ipotesi valutata dal governo è stata quella di definire tre macroaree (Nord, Centro e Sud) perché ci sono zone (come la pianura padana) in cui gli spostamenti interregionali sono molto intensi. Ma prevale l’ipotesi del no agli spostamenti tra regioni. Spiega oggi Tommaso Ciriaco:

Nelle scorse settimane, infatti, Palazzo Chigi aveva valutato una riapertura a macchia di leopardo, seguendo le curve del contagio. Questa opzione, però, è sconsigliata da ragioni di tenuta sociale ed economica. Il governo, infatti, vuole permettere la ripartenza contestuale nel Paese, in modo da non accentuare squilibri nelle attività produttive e non creare forme di “concorrenza sleale” tra le filiere delle diverse Regioni. Ma la soluzione di un divieto interregionale andrebbe soprattutto incontro alla domanda allarmata dei governatori del Centrosud, dove il coronavirus per adesso circola meno: come evitare che la riapertura faccia riversare migliaia di cittadini da Nord verso il Mezzogiorno, con il rischio di generare nuove emergenze nelle Regioni finora meno colpite? Proprio con la chiusura dei confini regionali.

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Coronavirus: la corsa dei contagi regione per regione (La Repubblica, 18 aprile 2020)

Due settimane di blocco interregionale potranno fornire una prima fotografia della “reazione” del Paese alla ripartenza, anche dal punto di vista epidemiologico. Tenendo a mente che il rischio maggiore deriva – secondo gli scienziati – dalla ripresa del pendolarismo nei trasporti, soprattutto all’interno delle singole regioni più produttive. E ricordando anche un dato che circola nei ministeri: la percentuale più alta di movimenti durante la quarantena è stata registrata in Lombardia. Quasi il 45% nazionale, pare, a fronte di una popolazione del 16,5% del Paese.

Fra i punti prioritari, secondo la task-force, quella delle regole omogenee: le norme sulla riapertura di aziende ed esercizi commerciali dovranno essere “chiare” e “uguali in tutt’Italia”. Ma avranno bisogno anche di essere calate in un contesto europeo: necessario, secondo la squadra di Colao, muoversi in modo non troppo distante dagli altri Paesi dell’Ue, soprattutto per ciò che riguarda le tecnologie che “tracciano” i cittadini. Poi sarà posta attenzione alla cosiddetta “vulnerabilità”: la task-force, chiamata anche a valutare l’impatto sociale delle misure da prendere, vuole sapere quanti sono i “fragili”, ovvero poveri, disabili, immigrati, per poter cominciare a pensare a politiche ad hoc. Ma il nodo principale è quello della velocizzazione dei processi: quando Colao ha chiesto quali fossero i tempi di realizzazione della app “immuni”, la risposta da Palazzo Chigi è stata: «Stiamo correndo perché funzioni entro fine maggio». Una data ritenuta troppo lontana. Bisogna fare in fretta, è il monito.

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