La macchina del funky

«Virginia Raggi si dimetta»

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Sergio Rizzo su Repubblica oggi chiede le dimissioni della sindaca di Roma Virginia Raggi, qui ritratta in una vecchia foto propagandistica quando, insieme a due attuali pilastri dell’amministrazione a 5 Stelle come l’assessore allo Sport Daniele Frongia e il presidente della Commissione trasporti Enrico Stefàno, portava le arance da dare in prigione al sindaco Ignazio Marino per la storia della Panda:

Ecco allora il solito gioco che si mette in moto, con i soliti metodi. La politica che alza qualche ostacolo perché l’imprenditore di turno scopra qual è il prezzo per farlo abbattere. E se per caso salta fuori un assessore ostinato che non ci vuole stare, tipo il responsabile dell’Urbanistica Paolo Berdini, allora il costruttore e il rispettabile avvocato mediatore lavorano insieme per metterlo fuori gioco.

Dice tutto, a proposito di quanto fosse oliato il meccanismo, quello che scrivono i magistrati nell’ordinanza: «Con assoluta evidenza Luca Parnasi e Lanzalone procedono all’unisono, elaborando insieme strategie che attengono a progetti che l’imprenditore intende intraprendere e realizzare nel Comune di Roma». All’unisono.

ordinanza

Rizzo spiega che non c’è differenza tra quanto accadeva prima e quello che succede adesso nella corruzione, mentre la città sta messa esattamente come prima nella pulizia urbana e nei trasporti:

Dove sia la differenza rispetto a quello che sempre è accaduto nella capitale d’Italia, martoriata da corruzione e speculazione, francamente non si riesce a comprendere. Mentre è chiara una cosa: se chi governa Roma avesse profuso nella pulizia urbana e nella cura delle strade le stesse energie spese nell’operazione dello stadio, la città non verserebbe oggi in condizioni pietose. Ovviamente Virginia Raggi era all’oscuro delle trame ricostruite nelle indagini. Ma non le poteva certo sfuggire il contesto in cui la vicenda procedeva, né il punto di approdo.

Lanzalone era il suo consigliere, che lei stessa ha premiato nominandolo presidente dell’Acea. Né la giustificazione che quel rispettabile avvocato genovese le sia stato imposto da altri, magari dagli stessi vertici del Movimento, potrebbe alleggerire la posizione della sindaca in questo frangente. Tutt’altro. Il fallimento politico, in ogni caso, è suo. Lei ne porta la responsabilità oggettiva. E lei ne deve trarre le conseguenze, se vuole salvare almeno una briciola di questo fantomatico nuovo che avanza.

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