Opinioni

I mirabolanti effetti della vaselina UE sul somarismo di lotta e di governo

La strategia della vaselina messa in opera dalla Ue sta dispiegando tutti i suoi potenti effetti sul somarismo di lotta e di sgoverno. Dopo la cena a base di cavoli amari propinati da Juncker & Co a Conte e Tria in quel di Bruxelles, i ragli baldanzosi dei due vice-disastri si sono tramutati in tenere fusa di micioni addomesticati ai piedi degli eurocrati. La parola d’ordine fatta diffondere dagli zerbini mediatici di Palazzo Chigi per giorni è stata “dialogo”, che per le sinapsi del pubblico telelobotomizzato suona comunque meglio di “vaselina”. Ma la sostanza non cambia.

Da diversi giorni persino Savona, il senile Pasionario del ritorno alla minkio-lira, aveva mestamente compreso che la tattica suicida di sfidare tutti i paesi europei, la Commissione UE, la Bce, nonché il sistema finanziario mondiale avrebbe portato il governo ad un epilogo stile Ceausescu. E quindi abbassate le penne spelacchie aveva smesso il giubbotto da kamikaze de noantri per indossare la divisa da pompiere istituzionale. Suscita un certo divertimento da pochade francese la parabola dell’ex boiardo che in tarda età aveva scoperto l’ebbrezza della rivolta, scatenata dal Viagra della cadrega ministeriale dopo lunghi anni in cui le chiappe flaccide erano state costrette all’astinenza. Poi, però, finito l’effetto afrodisiaco, la lucidità da vecchia volpe della Prima Repubblica – riciclatasi nella Terza grazie ai miracolati ragazzotti pelandroni – aveva ripreso il sopravvento. Tra lo sconcerto dei somari legati e stellati, aveva preso ad implorare di abbandonare la pugna con l’Europa per rassegnarsi a mettere velocemente la coda tra le gambe e la Manovra del Popolo nel bidone dell’umido in attesa di tempi migliori.

bacio salvini di maio

Comprensibilmente nella stalla sovranista a quel punto si era diffuso il panico. Se persino il nume tutelare degli scemari economici invocava il dietro front incurante dell’ignominia, il resto del Governo del Cambiamento (di rotta) aveva di che rimanere atterrito. Ma era imprescindibile intortare di nuovo gli elettori. Per quanto semianalfabeti avrebbero capito di essere stati imbrogliati se la pensione anticipata e il reddito di parassitismo non avessero mai raggiunto le tasche fameliche. L’Arlecchino designato a servire due padroni come al solito era stato individuato nella persona di Tria. Il malcapitato veniva pertanto spedito a nord delle Alpi per imbastire una pantomima da Asilo Santa Derelitta nei seguenti termini. Se la UE non avesse bastonato selvaggiamente il bilancio del governo italiano, i somaristi si impegnavano a far slittare i provvedimenti più costosi di diversi mesi e di fottere in qualche altro modo i loro elettori se ciò non fosse bastato. Ovviamente il povero Tria venne sottoposto all’equivalente diplomatico di una frustata in pubblico e la cosa defunse ingloriosamente. Poi tentarono con una proposta ancora più incredibilmente trucida: un piano di privatizzazioni da 18 miliardi di euro in un anno. Cosa mai realizzatasi nemmeno in America o nell’UK della Thatcher. E per di più promessa da un governo che aveva solennemente deciso di rinazionalizzare Alitalia, MPS e all’occorrenza tutto il settore bancario. Questa volta Tria si tenne prudentemente alla larga dai palazzi di Bruxelles, per non essere buttato in un barile di catrame.

Così arriviamo alla cronaca del week end appena trascorso: ingurgitati i cavoli, Conte si è calato i braghettoni di fronte a Juncker e ha invocato la misericordia di Padre Pio. Tornato a Roma ha mostrato a Salvini il sedere piagato dai colpi di sferza. Il Capitone, capito il messaggio, si è affrettato a dichiarare: “Non ci attacchiamo al 2,4%”. Non è problema di decimali”. Risultato? In pochi minuti la Borsa si impenna del 3%, con le banche in ribalzo del 10%, spread tornato a 285. Insomma la vaselina ha effetti portentosi quando applicata da mani sapienti. Certo, rimangono ancora gli ultimi samurai della Manovra del Popolo, i babbei che festeggiavano sotto Palzzo Chigi l’Abolizione della Povertà. Sentite cosa dettano alle stampa in condizione di anonimato (come è tipico dei lazzaroni falliti): “L’esecutivo non vuole cambiare i fondamentali della manovra ma non si appende ai decimali: se dagli studi e dagli approfondimenti in corso dal governo emerge la possibilità di ritoccare qualche decimale non sarà un problema”. Tsipras, che in queste faccende si è dimostrato un gigante, non avrebbe saputo dirlo meglio.

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Fabio Scacciavillani

Fabio Scacciavillani dopo aver conseguito il Ph.D. in Economia all’Università di Chicago (dove è stato assistente del Premio Nobel Merton Miller), ha lavorato al Fondo Monetario Internazionale, alla Banca Centrale Europea (nel periodo pioneristico dell’unione monetaria), a Goldman Sachs, al Centro Finanziario Internazionale di Dubai e in Confindustria. Attualmente è il Capo della Strategia del fondo sovrano dell’Oman che gestisce i proventi delle esportazioni petrolifere del Sultanato. Nelle pubblicazioni e nell'attività professionale si è concentrato su tassi di cambio, politica monetaria, riforme strutturali e mercati finanziari. E’ ospite fisso su Bloomberg TV ed editorialista del Fatto Quotidiano. Ha scritto “Tremonti: Il Timoniere del Titanic” con Giampiero Castellotti e “The New Economics of Sovereign Wealtyh Funds” con Massimiliano Castelli.