Politica

«Un altro ministro nello scandalo delle banche»

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Dario Franceschini, ministro della cultura del governo Renzi, finisce sotto accusa oggi su Libero dove Franco Bechis lo accusa di essere “finito nel caos banche” perché aveva azioni di CariFe, una delle quattro banche risolte dal famoso decreto Salvabanche.

Nel suo caso la banca è un’altra delle quattro di cui hanno salvato il valore per la vendita nascondendo tutte le magagne del passato in una bad bank comune e impoverendo all’improvviso gli obbligazionisti subordinati: la Cassa di Risparmio di Ferrara. Anche qui fra gli azionisti storici c’era proprio Franceschini. Piccole quote, che valevano poco più di quelle della Boschi(circa 2mila euro) anche perché erano state incrementate attraverso acquisti negli anni. Anche qui c’era una storia di famiglia legata a doppio filo con la banca della città natale. Il papà di Dario, l’avvocato Giorgio Franceschini, ex partigiano scomparso nel gennaio 2012, era stato a lungo consigliere di amministrazione della cassa e della fondazione bancaria che la possedeva. Di più. Dal 1957 fino al giorno della morte era stato anche socio della Fondazione,strettamente legato a uno degli uomini simbolo della storia anche recente sia della fondazione che della cassa di risparmio, entrambe guidate a lungo: Alfredo Santini,nei cui confronti i commissari della Banca di Italia hanno avviato una azione di risarcimento attribuendogli responsabilità per danni complessivamente valutati di 177 milioni e 232 mila euro.
Certo, papà Franceschini non era al vertice della cassa ferrarese al momento dello scioglimento, e non aveva responsabilità amministrative a differenza di papà Boschi nel dissesto dell’istituto di credito. Ma le due storie sono davvero parallele, e il miscuglio di interessi nel governo Renzi si amplia anche grazie alla vicenda Franceschini. Se ad Arezzo l’Etruria era considerata la banca dei Boschi, a Ferrara quella cassa era stata la banca dei Franceschini. Un legame addirittura secolare, perché anche il nonno di Dario aveva avuto un ruolo di primo piano in quelle vicende. Si chiamava Luigi, e fu il commissario giudiziale nominato nel 1928 in seguito al dissesto di quella che veniva chiamata «la banca dei preti», il Piccolo Credito di Ferrara. La liquidò, e continuò ad essere uno dei massimi esperti ferraresi di procedure del credito. E alla fine della seconda guerra mondiale divenne per molti anni consigliere di amministrazione di Carife. Trasmettendo quella passione per la cassa prima al figlio Giorgio, e poi al nipote Dario. Anche l’attuale ministro del governo Renzi fu infatti socio- designato dal comune di Ferrara della Fondazione bancaria che possedeva la Carife fra il 1992 e il 2001 lasciando da quel momento da solo il padre nell’assemblea dei soci.

Dario Franceschini, da parte sua, risponde con una lettera aperta a Maurizio Belpietro pubblicata sulla sua pagina Facebook:

Caro Direttore,
leggendo Libero di questa mattina sono stato per un po’ indeciso se farmi venire il nervoso o il buonumore.
Il tentativo di coprire in ogni modo l’azione del Governo per salvare i depositi di migliaia di azionisti danneggiati dalla cattiva gestione delle loro banche, e l’indegna speculazione politica sulla loro disperazione mi stavano spingendo verso il nervoso.
Ma poi, rileggendo questa straordinaria prova di giornalismo d’inchiesta, le cui fonti sono le mie pubbliche dichiarazioni patrimoniali e Wikipedia, ha prevalso senza esitazione il buonumore. Non poteva essere altrimenti riguardando addirittura una prima pagina dedicata a queste inquietanti scoperte.
I fatti terribili.
Mio nonno, nel 1928, da avvocato, e stato liquidatore della Banca di Piccolo Credito, che, appunto perché liquidata qualche annetto fa, nulla c’entra con la Cassa di Risparmio, se non per il fatto di essere stata una banca della stessa città.
Mio padre è stato consigliere della Cassa di Risparmio di Ferrara per alcuni anni, cessando dalla carica circa trent’anni fa, e presto fornirò a Bechis anche l’anno esatto, che Wikipedia non riporta.
Infine io ho effettivamente azioni della Carife. Poche , più esattamente 300, come risulta dalla mia dichiarazione patrimoniale, pubblica ai sensi di legge. E quelle azioni, come purtroppo quelle di una gran parte dei ferraresi che erano azionisti di Carife, oggi non valgono più nulla.
Infine una cosa che persino a Bechis è sfuggita ma che sento di dover ammettere pubblicamente: ho anche un conto corrente presso la cassa di risparmio e, peggio, l’ha anche mia mamma!
Quindi non mi resta che chiedere a Libero un consiglio: sono stato pizzicato. Debbo dimettermi o direttamente costituirmi?
Dario Franceschini