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Tutti gli spin doctors di Tsipras

Che le trombe della fama cambino melodia a ritmi incontrollabili, è noto da tempo. Ma la velocità e la ferocia con la quale è mutata in certi ambienti intellettuali e politici la reputazione di Alexis Tsipras è quasi imbarazzante. Dopo l’accordo (pesantissimo e prociclico) del 13 luglio scorso, il primo ministro greco è passato da eroe mondiale a vile traditore. Da combattente determinato e coraggioso, esempio per tutte le sinistre rinunciatarie, Tsipras è precipitato nelle polveri del riformismo, ormai complice dell’establishment. Tutto questo nel giro di quarantotto ore. Politici, editorialisti, economisti, commentatori, avevano, loro sì, capito come si doveva fare.
 
TUTTI GLI SPIN DOCTORS DI TSIPRAS
Gli esempi si sprecano: lo stesso Varoufakis, dopo alcuni tentennamenti, dichiarava il 20 agosto scorso: “Abbiamo tradito e abbandonato il popolo greco”. Il 5 settembre, l’ex ministro delle finanze ha addirittura ventilato sul quotidiano belga l’Echo: “non c’è dubbio: il referendum è stato organizzato [da Tsipras] per essere perso”. Peggio: Syriza non avrebbe fatto campagna per il ‘No’, limitando attacchinaggi, interventi e comizi. Un’eco anche superficiale degli eventi di quest’estate in Grecia non può che lasciare esterrefatti rispetto a questa ricostruzione. Rimandiamo il lettore, per un termometro della situazione, al discorso di chiusura della campagna elettorale di Alexis Tsipras. Jean Luc Mélénchon, leader del francese Parti de Gauche (che ha raccolto l’11% alle ultime presidenziali) è stato un sostenitore della prima ora di Tsipras e di Syriza, non perdendo occasione per evocarne il coraggio esemplare. Dopo l’accordo, però, il primo ministro greco è caduto in disgrazia, e Mélénchon gli preferisce ormai Varoufakis e Lafazanis (leader dell’ala scissionista di Syriza). In una recente intervista, con coerenza e gusto che il lettore misurerà, si mette a fargli la lezione: “[Tsipras] si è mostrato impreparato. Politicamente e teoricamente. Non ha misurato l’ampiezza del tornante europeo dopo l’approvazione del Fiscal Compact […]. E impreparato sul piano personale: che idea assurda, restare chiuso per 18 ore da solo, contro altre 17 persone!”. Già, perché questa è stata ovviamente la libera intenzione di Tsipras. Che è stato talmente impreparato da costruire un partito e portarlo alla vittoria con il 36% dei voti, e vincere un referendum in condizioni pressoché disperate, con il 62%. Se poi Mélénchon temeva una scarsa comprensione del Fiscal Compact del 2005 da parte del suo (ex) compagno, avrebbe avuto a disposizione dieci anni per spiegarglielo. Spiace constatare che persino Krugman, volato in aprile ad Atene per sostenere Tsipras e il ‘no’ al referendum, abbia finito per dichiarare alla CNN: “Credo di aver sovrastimato la competenza del governo greco”. Lo stesso Luciano Canfora, vanto della filologia italiana e storico intellettuale comunista, dopo aver dichiarato esplicitamente il suo sostegno a Tsipras, giunge a qualificare Syriza di “ex-sinistra”, accomunandola ai trascorsi della sinistra italiana, al PS liberale di Valls e Hollande, al Labour di Blair; ed accusandola di aver deciso di “puntare, con qualunque alleato, ad andare al governo a qualunque costo per fare una qualunque politica” [sic]. Tanto che Tsipras ha scelto di dimettersi per la rottura della sua maggioranza politica, piuttosto che cercare di raggranellare qualche fuoriuscito. I commentatori di media classici ed elettronici non sono lancia in resta: Romaric Godin, ad esempio, che spiegava solo qualche mese fa “Perché Tsipras è già in posizione di forza”, si rattrista ormai della “Pasokizazzione di Syriza”.
 
LA PASOKIZZAZIONE DI SYIRIZA
Questi cambiamenti d’opinione sono così repentini da rendere fragili gli argomenti per difenderli. E mostrano che i neocritici di Tsipras procedono secondo un approccio da concilio medievale, nel quale sia necessario decidere, nel chiuso di una stanza, se lo spirito santo procede dal padre e dal figlio o dal padre unicamente. Ragionano, cioè, come se il compito della politica fosse quello di definire il miglior esito astrattamente concepibile (platonicamente), piuttosto che mettere in opera ciò che sia agibile nelle condizioni storicamente date (aristotelicamente). E le condizioni date, qui ed ora, sono lo specchio feroce dei rapporti di forza, non tanto tra Grecia e Germania, ma fra chi difende gli interessi del capitale e chi cerca di fare scudo a quelli del lavoro. Che la battaglia per la rimessa in discussione delle politiche economiche liberiste fosse una battaglia ‘di vita o di morte’ è stato chiaro fin dall’inizio della trattativa. Gli interessi convergenti della finanza e del conservatorismo sono stati difesi con i denti e con le unghie, con metodi ai limiti del gangsterismo (il taglio delle liquidità, già dal 4 febbraio). Tsipras ha combattuto con lucidità questa battaglia, ben cosciente di questo scenario, esplorando tutto il margine dell’azione consentita dagli eventi. Sapendo che una azione di questo tipo si inserisce in un processo storico, e non è certo un derby calcistico o una partita a scacchi. Dove ciò che conta è un’inflessione di lungo periodo degli eventi, che operi sulle contraddizioni del fronte avverso, che rimoduli progressivamente il senso comune, che apra un nuovo ciclo. E non certo la ‘sortita’ abile e risolutiva, che porta al trionfo. Insomma, come indicava Gramsci, piuttosto che la guerra ‘di movimento’, si impone quella ‘di posizione, di assedio’, che è “compressa, difficile, in cui si domandano qualità eccezionali, di pazienza e di spirito inventivo. Nella politica l’assedio è reciproco, nonostante tutte le apparenze, e il solo fatto che il dominante debba far sfoggio di tutte le sue risorse dimostra quale calcolo esso faccia dell’avversario” (Quaderno VI). Chiunque conosca Syriza e la storia dei suoi dirigenti, della loro formazione, sa bene che queste categorie sono l’ossatura intellettuale di quel partito. Non è infine inutile ricordare che malgrado lo scontro durissimo di questi mesi il governo greco è riuscito a istituire buoni pasto gratuiti per i poveri, garantire la corrente gratis alle famiglie insolventi, abolire il ticket ospedaliero, far riassumere migliaia di dipendenti pubblici licenziati in omaggio al ‘fiscal compact’, riaprire la televisione pubblica, votare una legge per la cittadinanza ai figli degli immigrati nati in Grecia, bloccare i lavori di estrazione nelle miniere d’oro della Calcidica, sfidando interessi colossali.
 
I TRADITORI DEL SOCIALISMO PROSSIMI VENTURI
Alla luce di questo contesto, appare chiaro che chi ha mancato al proprio compito (evitiamo la categoria sterile del ‘tradimento’) non è certo stato Tsipras, ma molto più gravemente i molteplici D’Alema, Schroeder, Fassina, Renzi, Hollande, Gabriel, Schulz , che hanno da anni accettato consapevolmente di soggiacere al predominio del liberismo, che hanno considerata la storia ‘finita’ e immodificabile, che hanno smesso di riflettere criticamente sul mondo esistente. O hanno vilmente respinto la richiesta di sponda politica che è venuta in questi mesi dalla Grecia. Quanto agli intellettuali che ragionano di capitolazioni e tradimenti, farebbero forse opera più utile indagando perché non siano riusciti (in Italia, in Francia o in Germania) a contribuire all’elaborazione di un progetto progressivo e di massa. Prima che i convincimenti di alcuni osservatori, tutto questo illustra quanto arretrata sia oggi la trincea della lotta tra capitale e lavoro. Ci dice cioè quanto sia indebolito il fronte del progresso sociale, se gli intellettuali che vorrebbero difenderlo si trovano così sguarniti. Perché di là delle loro idee, essi riflettono il livello di avanzamento (o di arretramento) di quel fronte. Chi tenga davvero a farlo avanzare, anche se solo di qualche maledetto centimetro, riversi le proprie forze dalla parte giusta.