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Stefano Fassina lascia il Partito Democratico, anzi no

«Io credo che sia il momento di prendere atto per me che non ci sono più le condizioni per andare avanti con il Partito Democratico, e insieme a tanti e tante che hanno maturato in via autonoma la riflessione che ho provato a sintetizzarvi proveremo a costruire altri percorsi per costruire una sinistra di governo su un’agenda alternativa»: Stefano Fassina annuncia durante un incontro del circolo PD di Capannelle a Roma il suo addio al Partito Democratico. Il video con la dichiarazione è stato pubblicato dall’utente Massimo Micucci su Youtube:

Ma a mezzanotte arriva una precisazione dello stesso Fassina: “Non ho ancora lasciato il PD”. E questa così diventa la 312823esima volta che Fassina fa capire di essere pronto ad andarsene dal Partito Democratico, e poi tornare sui suoi passi. Con la differenza che stavolta l’annuncio, su Youtube, lo sentiranno tutti. Dallo stesso utente è stato pubblicato anche questo video, in cui un militante del PD protesta perché una ex militante ha definito Matteo Renzi “fascista”:

STEFANO FASSINA LASCIA IL PARTITO DEMOCRATICO
In serata lo stesso Fassina aveva inviato una dichiarazione sulla scuola: “La scelta del governo di porre il voto di fiducia sul disegno di Legge sulla scuola è uno schiaffo al Parlamento e all’universo della scuola che in questi mesi si è mobilitato per un intervento innovativo e di riqualificazione della scuola pubblica. Il testo del maxi emendamento predisposto dal governo – ha sottolineato- si limita a qualche ritocco cosmetico senza dare le risposte necessarie al fine di cancellare la chiamata dei docenti da parte dei presidi, di introdurre un piano pluriennale di assunzione degli insegnanti precari, di rivedere l’iniquo finanziamento alle scuole private e, infine, di ridefinire le norme di delega. Il Pd mette la fiducia su un testo che contraddice profondamente il programma sul quale siamo stati eletti. Un testo ispirato nel suo principio guida alla riforma Aprea, sottosegretaria del governo Berlusconi. È inaccettabile il ricatto sulle stabilizzazioni. No al voto di fiducia”. Fassina era stato viceministro all’Economia con Saccomanni all’epoca del governo Letta e responsabile economico del Partito Democratico con la segreteria di Pierluigi Bersani, e aveva spesso polemizzato con Matteo Renzi, prima quando il premier era candidato alle primarie contro Bersani, e poi quando l’ex sindaco di Firenze era diventato segretario. Il 4 gennaio aveva presentato le proprie dimissioni da viceministro dell’Economia dopo la battuta “Fassina chi?” pronunciata da Renzi in risposta alle domande dei giornalisti sulle critiche di Fassina. A maggio 2015 era stato tra coloro che avevano votato no all’Italicum, la nuova legge elettorale approvata dalla Camera, dichiarando poi di non volersi ricandidare con il Pd.
 
RENZI E GLI ULTIMI GIORNI DEL GOVERNO LETTA

Una settimana fa Repubblica aveva pubblicato un’intervista a Fassina nella quale l’ex viceministro tornava ad attaccare Renzi: “Vedo che Renzi continua ad attaccare Marino. Con un aggettivo e un bersaglio diverso, ma mi sembra di essere alla riproposizione del ‘Letta stai sereno'”. Alla domanda se il sindaco di Roma, Ignazio Marino, debba lasciare, Fassina replicava: “No, a mio avviso deve andare avanti. È un elemento di discontinuità rispetto al sistema degenerato emerso dalle indagini”. “Però – osservava Fassina – mi sembra di rivivere le ultime settimane del governo Letta, quando un giorno sì e l’ altro pure il neoeletto segretario Renzi attaccava il governo. Ecco, voglio essere chiaro: Marino può affrontare questa situazione così difficile solo se il partito e chi siede a Palazzo Chigi lo sostiene”. Quanto al premier, “ho letto – continuava l’ esponente della minoranza Pd – la disinvoltura delle sue dichiarazioni, la considero un atto di irresponsabilità. Che non ha effetti sul ceto politico, ma sui lavoratori”, “sento aria di elezioni”. “È evidente – spiegava Fassina – che sarebbe disonesto far ricadere su Renzi responsabilità che hanno radici antiche, nella Capitale. Responsabilità che vanno affrontate in tutta la loro profondità. Trovo però che le scorciatoie amministrative e i tagli al numero dei circoli siano solo dei palliativi. La verità – aggiungeva – è che manca un progetto per Roma. Bisogna trovare una vocazione economica e morale per questa città. E finora la sinistra non è riuscita a indicarla. Questa carenza ha aperto la strada al malaffare”. Gli affondi del premier, Marino, continuava, “non li sta ignorando, mi sembra che stia solo tentando di tenere la barra dritta con un mare in tempesta. E penso che vadano fatte delle scelte per rafforzare la Giunta”.

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