Opinioni

È l'assuefazione il vero nemico di Roma

Quella a cui stiamo assistendo sullo stadio della Roma a Tor di Valle non è affatto una telenovela. Le telenovelas narrano di vicende nelle quali un posto d’onore è riservato ai sentimenti empatici, alle emozioni morbide, alle storie riconoscibili nelle quali viene facile immedesimarsi. La vicenda di Tor di Valle è tutt’altro che una telenovela che avvolge e commuove: è una cruda pièce del teatro dell’assurdo, la cui trama spiazza e lascia attoniti tutti coloro i quali vogliano comprenderne le logiche. Nessuna emozione morbida, solo frustate improvvise, colpi di teatro che azzerano di continuo la scena o la stravolgono senza alcun apparente filo narrativo. Sul tema ormai chiunque si sente autorizzato a prendere la parola e il risultato è un assordante proliferare di un coro di voci senza senso, prive di qualunque costrutto logico-consequenziale.

Ippodromo Tor di Valle, foto di: neXtquotidiano

Non vale neppure ormai la pena di impegnarsi nel tentare di ricondurre i fatti entro il perimetro delle regole che dovrebbero governarne gli sviluppi e immaginare esiti che servano a salvare le forme e a restituirci una sembianza di legalità. Non ne vale davvero più la pena perché tra breve probabilmente a quell’opera di imbrigliamento dei fatti nelle regole dovranno dedicarsi avvocati e giudici, e perché conviene adesso soffermarsi piuttosto sul significato meta-giuridico e antropologico di quel che sta accadendo. Che riassumerei in una parola: assuefazione.
Assuefazione al sotterfugio e alla continua forzatura delle regole. Un progetto sul quale si lavora da oltre tre anni, che ha superato il vaglio di una conferenza dei servizi preliminare e il voto favorevole dell’assemblea capitolina nel 2014 e che, ciò nondimeno, avrebbe potuto essere arrestato definitivamente se l’attuale amministrazione comunale lo avesse voluto quando ciò era ancora possibile e lecito, ossia prima della sua trasmissione alla regione Lazio per l’avvio della conferenza dei servizi decisoria. E invece si continua ancora oggi – a pochi giorni dalla scadenza di un termine (quello del 3 marzo) che la legge qualifica come perentorio – ad assistere a prese di posizione di enti che avrebbero dovuto esprimersi molto tempo prima, quando il procedimento avrebbe ancora consentito di apportare le correzioni al progetto ritenute necessarie. Il tutto condito, nelle dichiarazioni dei protagonisti non meno che sulle cronache giornalistiche, da un florilegio di ipotesi schizofreniche (dalla revoca o annullamento del pubblico interesse allo spostamento del progetto in altra zona della città), formulate con esilarante nonchalance e nella più totale ignoranza (o, peggio, disinteresse) del fatto che si tratta di ipotesi ormai impercorribili se non a costo di scatenare la giusta reazione del proponente.
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Stadio della Roma a Tor di Valle: La tribuna di Lafuente (Foto: neXtquotidiano)

Assuefazione alle menzogne: come diceva qualcuno, ripeti una bugia dieci, cento, mille volte e diventerà verità. È il caso della questione del presunto rischio idrogeologico, sulla quale le autorità competenti e le stesse evidenze documentali hanno fatto da tempo chiarezza, senza che ciò sia però servito ad evitare che l’argomento continuasse ad essere istericamente brandito come una clava pur di affossare l’opera. Ma è anche il caso della questione della proprietà del nuovo impianto, della pretesa immodificabilità del piano regolatore (come se i piani regolatori fossero testi sacri addirittura sovraordinati a leggi dello Stato…), del “deserto” urbano di Tor di Valle (è vero: una landa deserta che spezza in due un intero quadrante urbano, per di più strategicamente posto sulla via di accesso dall’aereoporto internazionale, e impedisce di connettere quartieri densamente abitati ) e così via dicendo.
Assuefazione a stanche ideologie novecentesche ancora sbandierate come ideali salvifici: prima fra tutte, la tesi che addita il progetto come l’ennesimo esempio di “urbanistica contrattata” senza però considerare che quella nozione, nata per stigmatizzare una pianificazione a colpi di varianti particolarmente generosa nei confronti degli interessi dei costruttori, non è minimamente applicabile alla procedura seguita per il progetto Tor di Valle la quale, nel rispetto di specifiche previsioni di legge, imporrebbe per la prima volta ad un privato di sostenere oneri di urbanizzazione per centinaia di milioni di euro e di realizzare opere pubbliche mai realizzate in passato da alcun “palazzinaro”. È l’assuefazione il vero nemico di Roma, e non solo del progetto dello stadio a Tor di Valle. Saper trasformare quella assuefazione in rabbia e volontà di riscatto è adesso compito di chi non vuole perdere il futuro arrendendosi alla rassegnazione di chi a malapena aspira ad accontentarsi del presente.

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