Cultura e scienze

La seconda ondata di COVID-19 arriverà davvero?

«Credo siano possibili due scenari: una seconda ondata a breve termine a genesi locale e un ritorno dell’epidemia in stile simil-influenzale in autunno-inverno, con numeri importanti», dice Massimo Galli, primario del reparto di Malattie infettive I II dell’Ospedale Sacco

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Il Corriere della Sera oggi ascolta il parere di medici e scienziati sulla seconda ondata del Coronavirus SARS-COV-2 e di COVID-19 mentre i nuovi focolai in Cina e in Germania mettono in guardia dagli ottimismi stagionali.

«Credo siano possibili due scenari: una seconda ondata a breve termine a genesi locale e un ritorno dell’epidemia in stile simil-influenzale in autunno-inverno, con numeri importanti —riflette Massimo Galli, primario del reparto di Malattie infettive I II dell’Ospedale Sacco e professore ordinario all’Università degli Studi di Milano —. La prima ipotesi mi sembra abbastanza improbabile, perché il distanziamento ha rallentato in modo consistente la diffusione dell’infezione e la riapertura delle attività non ha determinato la temuta esplosione di contagi e ricoveri.

Generalmente nella fase post-sintomatica avanzata i pazienti sono portatori di una forma del virus non completa, con una bassa capacità di trasmissione. Nel secondo scenario si verificherebbe un adattamento graduale del microrganismo all’uomo, come è successo nel corso dei decenni ai tanti virus che si sono ridotti a provocare semplici raffreddori stagionali».

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Coronavirus: cosa fare se si avvertono i sintomi (Il Messaggero, 28 marzo 2020)

«Ritengo che alcune carenze gestionali di cui abbiamo avuto prova nei mesi scorsi si potrebbero ripresentare — spiega Galli —. Sul cosiddetto contact tracing non siamo molto avanti, nonostante l’avvio dell’app Immuni. Lo stesso vale per i test: la sensazione è che l’Italia si affidi più a misure non sanitarie, come il distanziamento e i separatori in plexiglas. È necessario invece riconvertisti al test & tracing, l’unica strategia efficace nel caso di un ritorno del virus in grande stile».

Quali sono i punti da migliorare?

«In Italia, ma anche negli altri Paesi, è mancato un piano pandemico: l’ultimo è stato fatto nel 2006 per il virus H1N1 (influenza suina) —afferma Paolo Bonanni, epidemiologo e professore ordinario di Igiene all’Università di Firenze—. Se vogliamo essere preparati a tutti i possibili scenari, anche i peggiori, dobbiamo mettere in campo un esercito di tracciatori, persone in grado di seguire e testare coloro che hanno avuto contatti con infetti. Non devono essere necessariamente medici: si può pensare agli assistenti sanitari, agli studenti di medicina. In generale, in Italia, gli aspetti legati alla prevenzione sono stati messi all’angolo negli ultimi anni e i risultati si vedono. È il momento di invertire la rotta».

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