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La scorta di Di Maio? I carabinieri di Pomigliano

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Carlo Bonini su Repubblica racconta oggi che il vicepremier nonché ministro del Lavoro e dello Sviluppo Luigi Di Maio ha confuso la sua scorta con i moschettieri del Re. Di Maio ha ritenuto infatti questione dirimente che degli uomini assegnati dall’Ufficio Centrale Interforze per la sicurezza personale (è la struttura del Dipartimento della Pubblica Sicurezza che coordina le scorte di tutti i soggetti, con incarichi istituzionali o meno, ritenuti a rischio) a protezione della sua incolumità e privacy di ministro della Repubblica e vicepresidente del Consiglio dovessero far parte due carabinieri la cui caratteristica professionale, oltre a quella di essere già stati impiegati in servizi di scorta, è quella di provenire dal collegio elettorale di Pomigliano d’Arco:

Due “compaesani” a chiamata diretta, insomma. Questione che si è rivelata di soluzione meno agevole del previsto. A Di Maio sarebbe infatti toccata una tutela della Polizia e la regola che prevede che i nuclei di scorta siano formati da appartenenti a uno stesso corpo, avrebbe impedito di aggregare i due carabinieri campani di fiducia. La soluzione è stata trovata con un po’ di furbizia.

Essendo Di Maio formalmente titolare di due dicasteri (lavoro e sviluppo economico) e facendo capo ai due ministri due scorte diverse (polizia di stato e carabinieri), il vicepremier ha provveduto a farsene assegnare una sola. Con personale dell’Arma, cui appunto aggregare i due angeli custodi da Pomigliano D’Arco. Come da richiesta.

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E poi c’è Matteo Salvini, per il quale il problema non è tanto il chi quanto il quanto:

Resta il fatto che dal 2 giugno, suo primo giorno da ministro, si contano almeno 42 apparizioni pubbliche in altrettanti eventi politici della Lega, da nord a sud. Da Modica, a Terni, a Caravaggio. Che hanno e continuano a impegnare non solo la sua tutela personale ma anche i dispositivi che, regolarmente, ogni questore predispone quando nella sua provincia arriva, quale che sia il motivo, il ministro dell’Interno. In altri tempi, chi era all’opposizione e oggi al Governo avrebbe fatto le bucce al Viminale per chiedere conto dei “soldi dei contribuenti” spesi per “scarrozzare” un ministro da un’iniziativa non istituzionale a un’altra.

E magari delle ore di straordinario pagate agli agenti di scorta in attesa che il ministro chiuda una serata in discoteca (a Salvini succede). Del resto, così era accaduto ad Angelino Alfano che da ministro dell’Interno e leader dell’allora Ncd si era abbandonato a un uso assai disinvolto dei mezzi della Polizia per i suoi spostamenti politici e non istituzionali. Ma, appunto, i tempi cambiano e gli “uomini nuovi” si aggiustano.

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