Opinioni

Salvini, la scoppola di Reggio Calabria e Floscia Italia

Se a Lecco, Legnano, Corsico e Saronno, che non insistono propriamente lungo l’Altopiano Silano, canni clamorosamente il ballottaggio, non puoi frignare per la caduta vertiginosa dell’indice di gradimento in quel di Reggio Calabria, che, notoriamente, non confina con Gardone Val Trompia. L’audience, inesorabilmente, si assottiglia in ogni dove. E si fa sempre più prossima al numero di telespettatori ipnotizzati da un episodio de “La casa nella prateria”, in onda a ferragosto su Telescasazza.

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Pare, insomma, che il brand Salvini non attizzi più. A causa di ragioni difformi. A nord, per esempio, devono aver sospettato che la vigorosa parola d’ordine del Capitano(molto pre-Papeetica) sulle “autonomie”, nel senso di uno scorrimento orrizzontale dei poteri, si sia, ormai, irreversibilmente ammosciata. Fino ad eguagliare la medesima, nerboruta incisività della strofa svenevole di un pezzo di Romina Power. Lo stesso mordente virile e celodurista di una liturgia televisiva, targata Lorena Bianchetti, all’ora di pranzo, su Rai Uno. D’altro canto, se disobbedisci a Cacciari, che ogni giorno ti scassa i maroni con la “translatio imperii”, di federalismo non hai capito una cippa.

A sud, le cose si mettono peggio.

Per il semplice fatto che non basta, con triplo salto mortale acrobatico all’indietro, rinnegare l’armamentario secessionista, ampollista, Valbrembanico e muovere a difesa di valori patriottici, precedentemente dileggiati, per farsi il figo in riva allo Stretto di Messina. Lì tu hai a che fare con un elettorato che di “Dio, Patria e Famiglia” detiene il copyright. Reggio Calabria non la infinocchi così facilmente e non infinocchi, soprattutto, quell’elettorato che reca nel suo background le stimmate di Ciccio Franco, sindacalista e leader della rivolta degli anni ’70, nato da una relazione extraparlamentare tra Italo Balbo e gli altri tre del quadrumvirato della marcia su Roma. C’è di più: i “camerati” calabri non hanno mai confuso Ezra Pound con un qualunque bellimbusto “traditore”, da processare al falò di Temptation Island. Sanno che il “paesaggio interiore” di Evola, del sublime Julius Evola, non è Taurìa Nova. Nonostante l’ex ceruleo, fascinoso Roy Blasi, neo sindaco paraleghista. Quella destra lì non la seduci con il Medio, Maxi o Minicucismo d’inedito conio. Perché è tutt’altro che postideologica! Tutt’altro che postpoetica. Vive, come D’Annunzio, di oniriche, ininterrotte tensioni desideranti : “la terribile carezza mi estenuò ma non mi placò.”

Ora, è chiaro che, se tu apri una bancarella di chincaglieria “made in China” dirimpetto a chi ha in mente i cimeli del Vittoriale, becchi la scoppola!

E pensare, caro Matteo, che persino quelli di Floscia Italia, gli ammaccatissimi postberlusconiani, te l’avevano detto. In primis, Canny al vento, altrimenti detto Ciccio Cannizzaro, parlamentare azzurro e sosia del più famoso Carmelo Zappulla, cantore, per antonomasia, dei tormenti amorosi dei meccanici tornitori circumvesuviani. Ti avevano suggerito di mollare il colpo. E di guardare oltre le zucchine del “Verde mattina” di Luca Sardella. Del resto, Floscia Italia, stanti le percentuali elettorali, pressocché agoniche in tutto il Paese, a San Giovanni in Fiore è riuscita a spuntarla, con il neosindaco Rosaria Succurro, fortemente sostenuta da Jole Santelli, il cui tarantellare ostinato è ormai noto al mondo intero. La Presidente di Regione, infatti, balla, e con rinnovato impeto, ogni volta che vince una cosa. Fosse pure il pelouche gigante unicorno al tiro a segno del Luna Park di Mongrassano. Lei si assembra, salta e viola, in men che non si dica, le sue stesse Ordinanze restrittive antiCovid. Si fionda tra la folla estatica e festante in piena tempesta pandemica. Abiura mascherine e distanziamenti. Balla dentro una sorta di rito tribale e dionisiaco, che rade al suolo anche la più renitente delle istanze censorie. Lo ha fatto nel corso dei festeggiamenti per l’incoronazione della sua pupilla, Rosaria. E qui tramonta davvero ogni ebbrezza dannunziana. Con buona pace di Eleonora Duse e della sua sconfinata arte teatrale. Tuttavia, la governatrice calabra, Una e Trina, anzi, Una e Triosilano, compie un prodigio inatteso su se stessa: la “secessione” dell’Io danzante e primitivo di Jole, che ignora le regole, da quello della Santelli politico, che le regole, invece, emana. Una figata che manco Borghezio ai tempi del suo massimo fulgore! Lo dicono pure a Gardone Val Trompia. Che non confina propriamente con Melicuccà e con la taranta.

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