Cultura e scienze

Salvini e i sovranisti perdono il referendum contro Sanremo: ecco perché

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Archiviata la terza puntata del Festival di Sanremo, quella dei duetti e delle cover dei 24 big in gara. Gli ascolti continuano a premiare l’edizione condotta da Amadeus con una punta di 15,4 milioni di spettatori quando sono salite sul palco Alessandra Amoroso, Gianna Nannini, Emma, Elisa, Laura Pausini, Fiorella Mannoia e Giorgia, le sette artiste che hanno annunciato un grande concerto contro la violenza sulle donne. Durante l’esibizione di Mika invece c’è stato il record dello share che ha toccato il 60.9%. Il Festival che nessuno dei sovranisti doveva guardare a quanto pare lo stanno guardando quasi tutti (tranne Salvini).

Gli italiani guardano Sanremo, ma chi sono “gli italiani”?

I casi sono due, o quelli che hanno promesso boicottaggi vari – da quello contro Rula Jebreal a quello contro Junior Cally – se ne sono dimenticati oppure alla fine tutti si sono fatti prendere dalla curiosità di guardare quello che succede sul palco dell’Ariston. E forse ieri sera di sorprese ne hanno avute parecchie. A cominciare dall’esibizione di Francesco Gabbani, che ha cantato una cover de L’Italiano vestito da astronauta (ieri il cosmonauta italiano Luca Parmitano è tornato sulla Terra) sventolando una bandiera dell’Italia.

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Una performance che molti hanno etichettato come sovranista ma che in realtà aveva un significato diametralmente opposto. Perché ad un certo punto con Gabbani sono saliti sul palco sei sbandieratori, anche loro vestiti da astronauti. E tutti di etnie diverse, diverse età e diverse provenienze geografiche ma ugualmente italiani. Perché come ha scritto Gabbani su Twitter: «siamo tutti italiani, anche sulla Luna». E gli italiani veri della canzone di Toto Cotugno non sono solo quelli nati qui da genitori italiani da non so quante generazioni. Gli italiani sono quelli che si sentono tali, che vivono nel nostro Paese o che sono dovuti emigrare all’estero. Sono italiani anche quelli che qualcuno non vorrebbe fossero tali: i figli degli immigrati, gli “stranieri” che lavorano assieme a noi e vivono in mezzo a noi.

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La pacata reazione dei sovranisti per la presenza di “ballerini non connazionali” non si è fatta attendere. Come facciano a sapere che i ballerini non hanno la cittadinanza italiana non è dato di saperlo. O meglio, lo sappiamo bene come fanno a saperlo: hanno la pelle, gli occhi o chissà cos’altro che non è quello dell’italiano vero, tradizionale, DOCG.

Mentre voi ridete di Achille Lauro i vostri figli ridono di voi

Ma non c’è stato solo Gabbani. Ieri sera Junior Cally ha bellamente perculato i leghisti cantando «in mezzo a questi pesci grossi preferisco le sardine» mentre Vito Dell’Erba, il cantante dei Viito che lo accompagnavano nella cover di Vado al Massimo di Vasco, ha sfoggiato un messaggio che ha fatto inorridire la Redazione di Libero: «ok boomer». C’è stato l’impacciato tentativo di bacio tra Elettra Lamborghini e Myss Keta, una citazione di quello tra Madonna e Britney Spears ai VMA del 2003? Non importa, sono cose non fanno scandalo per il pubblico di questi cantanti.

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Achille Lauro, che già aveva “sconvolto” tutti con la sua tutina dorata ieri è salito sul palco con un omaggio a Ziggy Stardust, uno dei più famosi e amati alter ego di David Bowie che su Facebook il trapper ha definito «anima ribelle simbolo di assoluta libertà artistica espressiva e sessuale e di una mascolinità non tossica». È la classica paraculata? Una scelta di marketing? Citazionismo? Qualcuno ha scambiato Sanremo per la settimana della moda? Può essere tutto e niente e tutto assieme. Chiamatelo come volete, tanto sono giorni che dicono che Achille Lauro “copia” Bowie (o Renato Zero). E se lo fa lo fa da  un bel po’.

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Ma il suo duetto con Annalisa con la cover de Gli uomini non cambiano di Mia Martini (una, tanto per restare nel tema del sessismo, che per colpa degli uomini ha sofferto molto, troppo) è andato oltre la maschera di Ziggy Stardust/David Bowie. A partire dalla scelta di rispettare il testo e cantare la canzone lasciandola al femminile. E non è solo perché Achille Lauro, se ne frega, è una questione di lasciare un messaggio.

Un messaggio che – al netto di tutte le trovate per attirare l’attenzione – è chiaro ed è stato capito. Non dai boomer ma da quella generazione che ascolta Achille Lauro da ben prima di Sanremo o di Rolls Royce. Persone che hanno letto il suo libro o vanno ai suoi concerti e che se ne fregano se è tutto costruito, se non sa cantare bene (ieri però è stato uno dei migliori nonostante non abbia le doti vocali per competere con l’originale). E che se ne fregano anche del fatto che il messaggio possa essere visto come rivoluzionario.

Anzi, ridono di noi, dei vecchi, che pensano che Achille Lauro stia facendo davvero qualcosa di rivoluzionario. Perché per loro, le nuove generazioni, la generazione Z sono cose abbastanza normali, quotidiane o scontate. I ragazzi e le ragazze di oggi non hanno bisogno di Achille Lauro per scardinare la società eteronormativa. Non hanno bisogno di Gabbani per sapere che il compagno di banco “cinese” è italiano quanto loro. E forse ci guardano con compassione quando scriviamo e diciamo che a Sanremo sta succedendo una mezza rivoluzione perché uno ha portato sul palco “ballerini non connazionali” e un altro si esibisce en travesti.

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