Politica

I sospetti di Salvini sulla guerra di Di Battista alla Lega

alessandro di battista

Ieri Alessandro Di Battista ha inaugurato la stagione di Otto e 1/2 con Lilli Gruber tornando a parlare di politica italiana dal suo ritiro in Guatemala. L’ex deputato, sollecitato dalla conduttrice, ha anche detto la sua sulla condanna ricevuta dall’ex partito di Bossi: “La Lega deve restituire i soldi fino all’ultimo centesimo”. Una frase che, racconta oggi Francesco Bei su La Stampa, non sembra sia stata molto apprezzata dagli alleati, tanto che qualcuno si è chiesto a che gioco giocasse il Dibba:

 

La domanda a questo punto è legittima: l’uscita era concordata con Di Maio? È frutto di una strategia condivisa per cercare di “contenere” Salvini o c’è dell’altro? Ieri sera, dopo la trasmissione, tra i grillini si giurava sull’unità interna del Movimento. Può darsi. Certamente “Dibba” copre il lato sinistro di Di Maio.

Ma lo fa mettendo talmente alla berlina Salvini, che il capo grillino considera invece «un alleato leale», da gettare oggettivamente una cattiva luce sull’ala governativa del M5s. Se Salvini è un poco di buono, chi ci governa insieme non si sta forse facendo contaminare? Sospetti alimentati da una maliziosa sottolineatura dal leader leghista. «Mi sa che è una roba interna ai Cinquestelle».

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Che l’uscita di Di Battista non sia stata apprezzatissima lo testimoniano i tweet di critica nei suoi confronti che sono usciti soprattutto da supporter virtuali della Lega. Ma in effetti ha ragione Salvini quando vede dietro tutto ciò una questione interna al MoVimento 5 Stelle. Perché l’ex deputato, con ancora una legislatura da eletto a disposizione (o un altro incarico elettivo), oggi ha tutto l’interesse a rappresentare una voce critica all’interno della maggioranza gialloverde perché questo è anche il modo per costruirsi una futura carriera politica. D’altro canto Di Battista ha ingoiato l’alleanza prima di partire per l’America e avrebbe poco senso per lui cercare di sfasciarla puntando il dito su Salvini dopo aver detto pubblicamente che l’accordo con la Lega era meglio di quello con il Partito Democratico. Quello di Di Battista è soltanto uno dei tanti modi di fare politica: rappresentare la coscienza critica del proprio partito in attesa dell’occasione di prenderselo. Un po’ come si faceva nella Prima Repubblica.

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