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Russiagate, Conte con gli USA più duro di Craxi a Sigonella?

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Il presidente del Consiglio Giuseppe Conte non ha intenzione di cadere in agguati di partiti di maggioranza e opposizione né di cedere la delega sui servizi segreti e si dice pronto a riferire al Comitato parlamentare per la sicurezza della Repubblica (Copasir) per smentire chi ritiene l’Italia a sottomessa agli ordini della Casa Bianca. Di più: «Io non sono servo di nessuno. Sono più duro perfino di quanto fu Bettino Craxi a Sigonella», si difende con il Corriere citando l’episodio risalente all’ottobre 1985, quando l’allora premier socialista difese il territorio italiano entrando in conflitto con i servizi segreti statunitensi.

Conte con gli USA più duro di Craxi a Sigonella?

Un paragone forse un po’ azzardato, ma che probabilmente farà parte della strategia di difesa che presenterà in Parlamento. E secondo Repubblica Conte autorizzò l’incontro tra il capo del Dis Gennaro Vecchione e il ministro della Giustizia dell’amministrazione Trump, William Pelham Barr, per cercare «nell’interesse dell’Italia di chiarire quali fossero le informazioni degli Stati Uniti sull’operato dei nostri Servizi all’epoca dei governi precedenti». Al quotidiano Palazzo Chigi annuncia che per ribattere agli interogativi suscitati dal caso Barr, Conte ha già in agenda un doppio intervento. «Per correttezza istituzionale riferirò prima al Copasir – ha assicurato venerdì ad Assisi – e poi in conferenza stampa, davanti all’opinione pubblica». Non accadrà quindi prima di una decina di giorni, dopo che domani il comitato eleggerà un nuovo presidente. Intanto alcune risposte comincia a fornirle:

Il primo punto è fondamentale per comprendere la genesi e l’opportunità del confronto tra Barr e i capi dei servizi italiani: da chi è arrivata la richiesta a Conte di autorizzare gli incontri? Palazzo Chigi spiega che «la richiesta è pervenuta tramite i canali diplomatici e non attraverso contatti diretti del Presidente del Consiglio con l’amministrazione americana». Si sostiene, dunque, che non c’è stato un colloquio diretto tra il premier italiano e Donald Trump. E che neanche Barr è entrato in rapporto diretto con il capo dell’esecutivo italiano. Piuttosto, si accredita la tesi di un passaggio intermedio, attraverso un canale di comunicazione diplomatico. Segreteria di Stato Usa, forse, più probabilmente l’ambasciata americana a Roma.

Ma è un secondo quesito a fornire ulteriori elementi sul punto: i canali diplomatici Usa si sono rivolti direttamente al premier? No, assicura Palazzo Chigi. «Conte non ha avuto un contatto diretto». Piuttosto, «la richiesta è stata fatta da Barr tramite la diplomazia. Ed è stata fatta pervenire al responsabile dell’intelligence. E quindi anche Conte è stato informato». Il percorso, spiegano, sarebbe dunque questo: il ministro Usa attiva canali diplomatici statunitensi. Questi entrano in contatto con Vecchione, pare senza una mediazione “diplomatica” italiana. E a quel punto anche il premier viene informato, presumibilmente dallo stesso capo del Dis, e autorizza Vecchione a incontrare Barr.

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Russiagate: i protagonisti (Corriere della Sera, 8 ottobre 2019)

Poi c’è il terzo e più importante punto: per quale ragione politica e istituzionale Conte ha autorizzato gli incontri di Barr con i vertici dei Servizi italiani?

«Era nostro interesse – è la spiegazione fornita – chiarire quali fossero le informazioni degli Stati Uniti sull’operato dei nostri Servizi all’epoca dei governi precedenti». Si tratta del periodo che va dal 2016 al 2017. A guidare l’esecutivo erano prima Renzi e poi Gentiloni. Di fatto, Conte autorizza colloqui per capire cosa gli Stati Uniti sanno delle mosse dei servizi italiani e della linearità dei comportamenti dei governi a cui rispondevano.

Puntando dunque l’obiettivo su Renzi, il principale sponsor del Conte bis. E su Gentiloni, scelto da Conte come commissario agli Affari economici Ue per cementare il patto Pd-5S. Ma non basta. Palazzo Chigi fa sapere anche che Conte non ha colto alcuna sgrammaticatura nel format che ha portato allo stesso tavolo Barr e Vecchione. «Nessuna anomalia, ma anzi massima prudenza».

Le risposte di Conte su Trump e il Russiagate

Le risposte di Conte su Trump e il Russiagate sembrano essere costruite apposta per diventare un boomerang nei confronti di chi domandava, e in particolare di Matteo Renzi, come nota oggi Carlo Bonini su Repubblica:

Non è necessario un indovino per immaginare che messa così, la storia avrà effetti politici forse ancor più imprevedibili. Quantomeno nel già complicatissimo rapporto tra il presidente del Consiglio e Renzi. Ma è altrettanto evidente che questa ricostruzione non esaurisce le domande cui Conte ha promesso di rispondere di fronte al Copasir, il Comitato parlamentare di controllo sui Servizi, non appena avrà trovato un accordo sul suo nuovo Presidente. Non si comprende infatti, pur volendo stare alla sua ricostruzione, come mai il premier abbia autorizzato il direttore del Dis a un incontro al buio con gli americani senza comprendere l’anomalia di un vis a vis tra l’autorità politica di un Paese estero e un alto dirigente della nostra Intelligence.

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Né si comprende come mai, se è vero, come Conte ora sostiene, che la visita di Barr e Durham venne chiesta attraverso canali diplomatici dal Dipartimento di Stato direttamente a Vecchione (cui lui poi diede semaforo verde), fonti diplomatiche americane, ancora due giorni fa, raccontavano al New York Times esattamente il contrario. Vale a dire che la diplomazia americana venne tenuta all’oscuro dei motivi delle visite in Italia. Ci sarebbe anche un’ultima circostanza. Che la ricostruzione di Conte non smentisce, ma anzi accredita. Che nella partita del “Russiagate”, Palazzo Chigi e Casa Bianca, nell’estate appena trascorsa, abbiano usato i Servizi per vicende che nulla avevano a che fare con la sicurezza nazionale.

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