Politica

Matteo Renzi e la crisi (cercata) del governo Gentiloni

matteo renzi crisi governo gentiloni

“In riferimento a quanto riportato su Repubblica, il virgolettato attribuito a Matteo Renzi, pubblicato in prima pagina e nella titolazione all’interno del giornale, è destituito di fondamento: Renzi non lo ha mai pronunciato”: per l’ex premier non dev’essere un grande inizio di giornata quello in cui è costretto a smentire un articolo di un quotidiano. Cosa c’è di così strano nell’articolo di Goffredo De Marchis, tanto da costringere Renzi alla smentita pubblica?

Matteo Renzi e la crisi del governo Gentiloni

Nel pezzo si attribuisce a Renzi la volontà di utilizzare l’incidente dell’elezione di Salvatore Torrisi a capo della Commissione Affari Costituzionali per mettere spalle al muro il governo Gentiloni e avvicinare le elezioni anticipate:

L’ORDINE è stato chiaro: drammatizzare, alzare il livello della polemica, paventare la crisi di governo, incalzare “Paolo” sulla tenuta della sua maggioranza e dunque del suo gabinetto. Per coltivare ancora il sogno di elezioni anticipate in autunno, dicono alcuni. Per accentuare il profilo di partito di lotta e di governo, dicono altri. Tanto più ora che arrivano le scadenze sull’economia: manovrina, Def, infine legge di bilancio.

matteo renzi crisi governo gentiloni 1

Ma questo “giochino”, come lo chiamano a Palazzo Chigi, sta logorando il rapporto tra Gentiloni e Renzi. Il premier ieri era molto infastidito per i resoconti sull’assemblea del gruppo dem con il titolare del Tesoro. E ha considerato una esagerazione assoluta la richiesta di colloquio avanzata in serata da Matteo Orfini e Lorenzo Guerini. La sua posizione è netta: l’episodio è grave, Alfano adesso espellerà il suo senatore Torrisi, poi però la storia finisce. Punto e a capo.

Eppure, riferiscono le cronache, sono stati proprio i renziani a prendere peggio l’elezione di Torrisi: senza la casella fondamentale della presidenza della Commissione Affari Costituzionali, dicevano, sarebbe stato impossibile cambiare la legge elettorale prima di andare al voto. Ovvero di far passare quel Mattarellum che nella strategia dei renziani darebbe al “suo” Partito Democratico la chance di vincere contro gli altri poli divisi e arrivare ad avere una maggioranza in parlamento nella prossima legislatura.

I dolori del giovane Renzi

Questa almeno è la convinzione dei renziani (il Mattarellum potrebbe invece portare Grillo e Salvini a Palazzo Chigi). Che però nel tentativo di drammatizzare la crisi della maggioranza sono stati stoppati dal Quirinale, a cui una delegazione aveva chiesto un incontro. Mattarella ha detto che non ne vede il bisogno:  «A meno che il Pd non ci voglia comunicare che il governo non può più proseguire», ha fatto sapere il presidente della Repubblica. E sempre nell’articolo di De Marchis si racconta dei messaggi di Renzi a Gentiloni:

Del resto, al premier l’ex segretario ha fatto arrivare anche altri messaggi. Di arrabbiatura per l’occasione quasi certamente perduta di cambiare la legge elettorale. «Che tristezza, mettono gli interessi personali davanti all’interesse del Paese», ha detto appena consumato il tradimento in Senato. Messaggi di una reazione dettata dal dispiacere del “piattino” confezionato dai senatori, di avere tutti contro nel tentativo di riformare l’Italicum. «Frutti avvelenati del referendum», li definisce un renziano. Ci sono anche questi elementi, nel movimentismo di Renzi in vista delle primarie. Ma c’è soprattutto un partita delicata con il governo. Appena all’inizio.

renzi gentiloni
Come finirebbe se si andasse al voto oggi (Corriere della Sera, 6 aprile 2017)

Ma anche gli altri giornali non si discostano molto dalla descrizione di Repubblica. Spiega oggi Dino Martirano sul Corriere che al Senato, c’è stato un rincorrersi di voci sul «fuoco amico nel Pd» contro Pagliari. Il dem Ugo Sposetti, davanti a due cronisti, ha detto: «Renzi cercava l’incidente, anzi lo ha costruito…». Per Mario Mauro (FI), «i veri «candidati renziani per la poltrona della I commissione, Cociancich e Mirabelli, potrebbero avere fatto mancare l’appoggio a Pagliari». Smentisce il capoguppo del Pd, Luigi Zanda: «Oggi a questo inedito fronte si sono aggiunti pezzi di maggioranza. Certamente non del Pd». Più defilati i due bersaniani, Migliavacca e Lo Moro, che hanno votato con le opposizioni. Il nemico è sempre lo stesso.