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Quando la Regione Lombardia riaprì gli ospizi durante l’emergenza Coronavirus

Il 23 febbraio, quando arrivò la notizia dei primi due contagi all’ospedale di Alzano, poi rivelatosi uno dei più grossi focolai della Val Seriana, le RSA vennero blindate. Ma la chiusura durò appena 24 ore: poi dalla Regione Lombardia sarebbe arrivato l’invito a riaprire

giulio gallera attilio fontana

Ieri abbiamo parlato della delibera della Regione Lombardia che ordinava di ospitare i malati di COVID-19 nelle case di riposo. La delibera della giunta – la numero XI/2906, 8 marzo 2020 – chiedeva alle Ats, le aziende territoriali della sanità, di individuare nelle case di riposo dedicate agli anziani strutture autonome per assistere pazienti COVID-19 a bassa intensità. Oggi ci sono cinquecento morti nelle Residenze Sanitarie Assistenziali del Bergamasco, il dieci per cento degli anziani ospiti. E oggi spunta anche l’invito a riaprire le RSA da parte di Regione Lombardia.

Forse si sarebbe potuto salvarli se il 23 febbraio, quando arrivò la notizia dei primi due contagi all’ospedale di Alzano, poi rivelatosi uno dei più grossi focolai della Val Seriana, quelle Rsa fossero state blindate, come avevano già deciso di fare. Ma la chiusura durò appena 24 ore: poi dalla Regione Lombardia sarebbe arrivato l’invito a riaprire. A raccontare questa strage di invisibili, nella nuova puntata che Report di Sigfrido Ranucci (in onda questa sera su Rai3) dedica all’esplosione dei contagi da coronavirus nel Bergamasco, è la direttrice di una delle Rsa. Melania Cappuccio, direttrice sanitaria di Casa Serena, una delle più importanti residenze per anziani della Val Seriana, afferma che quando i pazienti con evidenti sintomi da coronavirus si sono ammalati non sono mai stati sottoposti a tampone.

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La delibera della Regione Lombardia

«Sicuramente questi morti non risultano da nessuna parte». E ricostruisce così quel che avvenne il 23 febbraio quando, per tutelare la fragilità dei residenti, tutte le case di riposo decisero di sigillare le strutture e chiudere l’accesso al pubblico. «Però poi c’è stato un po’ un qui pro quo. La Regione Lombardia non voleva chiudere i centri diurni che noi abbiamo e quindi ci ha un po’ consigliato vivamente di riaprirli. Non lo so, magari non volevano creare il panico». Le Rsa, dunque, riaprono dopo un giorno e anche quando il virus comincia la sua corsa nessuno dà il contrordine, né arrivano i tamponi e le mascherine. E pazienti e personale sanitario cominciano ad ammalarsi.

Ieri abbiamo raccontato la storia della delibera di Regione Lombardia che ha portato il Coronavirus nelle case di riposo: Luca Degani, presidente di Uneba, l’associazione di categoria che mette insieme circa 400 case di riposo lombarde, in un’intervista rilasciata al Quotidiano del Sud ha accusato la Regione di aver infettato le case di riposo con la delibera della giunta – la numero XI/2906, 8 marzo 2020 – che chiedeva alle Ats, le aziende territoriali della sanità, di individuare nelle case di riposo dedicate agli anziani strutture autonome per assistere pazienti COVID-19 a bassa intensità.

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«Chiederci di ospitare pazienti con i sintomi del Covid-19 è stato come accendere un cerino in un pagliaio: quella delibera della giunta regionale l’abbiamo riletta due volte, non volevamo credere che dalla Regione Lombardia potesse arrivarci una richiesta così folle», ha detto Degani nell’intervista rilasciata a Claudio Marincola. «Dipendiamo per un buon 30% dai finanziamenti della Regione – ha continuato Degani – logico che molti abbiano paura di perderli. Non parlano e io li capisco, Ma noi, che facciamo parte del Terzo settore e siamo no profit, certe cose dobbiamo dirle: i nostri ospiti hanno una media di 80 anni, sono persone con pluripatologie. Come potevamo attrezzarci per prendere in carico malati spostati dagli altri ospedali per liberare posti-letto? Ci chiedevano di prendere pazienti a bassa intensità Covid e altri ai quali non era stato fatto alcun tampone. Il virus si stava già diffondendo. Stavamo per barricarci nelle nostre strutture, le visite dei parenti erano già state vietate».

In quei giorni l’assessorato alla Sanità aveva avviato una ricognizione dei posti letto. Con la delibera dell’8 marzo si disponeva il blocco, da lunedì 9 marzo, dell’accettazione di pazienti provenienti dal territorio, l’anticipo delle dimissioni verso il domicilio dei pazienti ricoverati e del 50% del turn over nelle Rsa in grado di offrire assistenza medica e infermieristica H24 e presenza di medici specialisti. Tra le richieste, anche la capacità di garantire ossigenoterapia.

Anche per i sindacati  “la convivenza di anziani fragili con pazienti affetti Covid è inaccettabile, così come lo è lasciare alla libera scelta delle singole Rsa ricevere o meno pazienti infetti come unica risposta alle oggettive difficoltà economiche delle strutture”.

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