Opinioni

Quello che il governo non dice su quota 100

Uno dei più assillanti cavalli di battaglia delle forze rossobrune è stato per mesi “il superamento della Fornero”. Ovvero quella riforma delle pensioni, varata sotto la pressione della crisi dei debiti sovrani, che ha tentato di mettere in sicurezza le malamente bucate casse dell’INPS.

quota 100 riduzione pensione

Cosa faceva la Fornero? Principalmente completava un processo lento di riforma del sistema iniziato nel 1995 (contributivo) innalzando i requisiti per l’accesso alla pensione e calibrando i coefficienti di trasformazione dei contributi alla aspettativa di vita. Tutto ciò in previsione di una curva demografica particolarmente sfavorevole fra il 2030 e il 2050.

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Ma obbedendo a misteriose teorie economiche secondo le quali per ogni pensionato c’è un nuovo assunto e altrettanto misteriosi modelli econometrici che dicono che avere più pensionati crea un forte stimolo alla domanda, il governo pentastellato ha messo nell’alveo delle condizioni non negoziabili la Quota 100; ovvero pensione anticipata con 62 anni di età e 38 anni di contributi. Diciamo prima di tutto a chi si aspetta ricchi premi e cotillons per i pensionandi che la Quota 100 non equivale affatto alla cancellazione della legge Fornero. L’impianto della legge resta con l’estensione a tutti del calcolo contributivo; e diciamo anche che la dizione “quota 100” è impropria perché, ad esempio, se l’aspirante pensionato ha 61 anni di età e 39 anni di contributi non potrà fare domanda di pensionamento. Si tratta in realtà di una banale reintroduzione della pensione di anzianità. L’amara sorpresa è che per gli effetti del calcolo contributivo, moltiplicato per i coefficienti di trasformazione legati all’aspettativa di vita, il nostro aspirante sessantaduenne vedrà il suo assegno pesantemente ridotto rispetto alla media degli ultimi redditi.

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Le anticipazioni di stampa sul testo definitivo approvato in CDM dicono che alla fine la misura è stata stralciata e sarà oggetto di un Disegno di Legge collegato. Insomma una manina ha tolto dalla manovra una delle voci del deficit. Qui si apre uno scenario interessante. È perfettamente comprensibile che lo slittamento rispetto ai tempi di entrata in vigore della legge di Bilancio possa essere dovuto alla necessità tecnica di individuare le finestre di uscita per il 2019 (2, 4, 10, chi lo sa). Ma questa ipotesi mal si interfaccia con la pressante esigenza dei due vicepremier di dare in pasto ai loro elettori una promessa mantenuta. Più probabile che nel braccio di ferro col Ministro Tria (e con la commissione europea che continua a chiedere chiarimenti sui numeri della manovra e sui fattori rilevanti mai svelati) si sia deciso di far scivolare di qualche trimestre il maggior deficit atteso per effetto dei nuovi requisiti di uscita dal mondo del lavoro. Posticipare, ad esempio a Giugno 2019, l’entrata in vigore della norma significherebbe ridurre sensibilmente quella spesa di qualche miliardo e magari evitare la procedura di infrazione, traslando i maggiori effetti nel 2020 quando ci sarà l’aumento dell’Iva a coprirne i costi. È chiaramente un gioco delle 3 carte di chi è alla disperata ricerca di una pezza per coprire i buchi di promesse sciagurate. Ma Conte, Di Maio e Salvini non avevano detto che la staffetta generazionale sarebbe stata un potente stimolo alla crescita? Mentivano prima, mentono adesso o mentono sempre?

 

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Costantino De Blasi

Costantino De Blasi è puglio-campano di origine trapiantato a Milano, dove si occupadi risk management imprese e financial advisoring, con focus sulla gestione e allocazione di strumenti di investimento innovativi. E' stato componente della Direzione Nazionale di Fare per Fermare il Declino.