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Quando Beppe Grillo ce l'aveva con i lavoratori statali

Il MoVimento 5 Stelle gliele ha cantate chiare, ai matusa e al governo. E poco fa, dopo la sentenza della Consulta, ha pubblicato sul sito di Beppe Grillo una dichiarazione a firma di Tiziana Ciprini nella quale si chiede di ADEGUARE SUBITO GLI STIPENDI DEGLI STATALI:

“E’ fondamentale far ripartire i contratti dei lavoratori della Pubblica amministrazione, per dare un respiro a loro ma anche per dare un contributo all’economia reale del Paese, facendo ripartire in modo significativo i consumi”. Lo affermano i deputati 5stelle della commissione Lavoro dopo la sentenza della Corte costituzionale sul blocco illegittimo degli stipendi degli statali.
“Sicuramente – sostiene la deputata M5S Tiziana Ciprini – è stato scorretto il comportamento del governo, che ha messo le mani avanti. L’Avvocatura dello Stato infatti ha lanciato un vero e proprio avvertimenti ai giudici: il rimborso per i mancati adeguamenti negli ultimi cinque anni ammonta a 35 miliardi, ha detto. Puro terrorismo, visto che la cifra non avrebbe comunque superato i 12 miliardi di euro. Ora il governo dovrà adeguarsi e da oggi gli stipendi dei lavoratori pubblici dovranno essere adeguati: subito, perché davanti agli errori di una classe politica autoreferenziale non possono pagare sempre i più deboli”.

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QUANDO BEPPE GRILLO CE L’AVEVA CON I LAVORATORI STATALI
Insomma, il MoVimento 5 Stelle ha cambiato idea rispetto a un paio di anni fa. All’epoca, per spiegare la sconfitta alle amministrative, aveva spiegato che il problema erano quelli che avevano garanzia di uno stipendio pubblico e quelli che avevano una pensione, e quindi resistevano al cambiamento rappresentato dai grillini:

“Esistono due Italie, la prima, che chiameremo Italia A, è composta da chi vive di politica, 500.000 persone, da chi ha la sicurezza di uno stipendio pubblico, 4 milioni di persone, dai pensionati, 19 milioni di persone (da cui vanno dedotte le pensioni minime che sono una vergogna). La seconda, Italia B, di lavoratori autonomi, cassintegrati, precari, piccole e media imprese, studenti. La prima è interessata giustamente allo status quo. Si vota per sé stessi e poi per il Paese. Nella nostra bandiera c’è scritto “Teniamo famiglia”. In questi mesi non ho sentito casi di funzionari pubblici, pluripensionati o dirigenti di partecipate che si siano suicidati. Invece, giornalmente, sfrattati, imprenditori falliti, disoccupati si danno fuoco, si buttano dalla finestra o si impiccano. Queste due Italie sono legate tra loro come gemelli siamesi, come la sabbia di una clessidra. L’Italia A non può vivere senza il contributo fiscale dell’Italia B, ma quest’ultima sta morendo, ogni minuto un’impresa ci lascia per sempre. Vi capisco comunque, la pensione, in particolare se doppia o superiore ai 5.000 euro, è davvero importante. Lo stipendio vi fa sopravvivere, che sia pubblico o politico non ha importanza.”

Le stesse considerazioni vennero ribadite qualche tempo dopo su La Cosa in un intervento in diretta:

LA CASTA DEI DIPENDENTI PUBBLICI
Un ragionamento quantomeno curioso all’epoca. E sbagliato almeno per due ordini di motivi. Il primo è che i dipendenti, pubblici e privati, sono l’avanguardia dei tax payers in Italia. Il secondo è che, come in tutti i paesi, anche nel nostro la quota maggiore di dipendenti pubblici è costituita dai lavoratori della scuola e della sanità.
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Insegnanti e infermieri (ma anche poliziotti e carabinieri) sono anche essi “casta”? Tanto più che sono stati i primi ad essere stati colpiti dall’austerità montiana, insieme ai pensionati, grazie al blocco delle retribuzioni e delle pensioni. E’ facile del resto per lo Stato colpire coloro che si trovano alle sue dipendenze. Né si può dire che il numero dei lavoratori pubblici in Italia sia spropositato rispetto al resto d’Europa, senza contare che è costantemente in diminuzione, sia in numeri assoluti (come evidenzia la tabella precedente) sia in percentuale sulla forza lavoro.
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E insomma: cambiare idea non è un reato. Anche perché pure gli statali votano.