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Le primarie PD a rischio flop

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Tutto è pronto per le Primarie del Partito Democratico. Oggi 7 mila gazebo saranno aperti dalle 8 alle 20; sono 35 mila i volontari; la macchina dem è stata oliata, con qualche polemica sul numero di seggi. E le previsioni dicono che saranno un milione di elettori ad andare a votare, cioè il record storico negativo per un Pd che nel 2007 eleggeva Veltroni con oltre tre milioni e mezzo di voti.

Le primarie PD a rischio flop

Per poter votare è necessario portare con sé un documento d’identità e la tessera elettorale. Non è necessario essere iscritti al Pd. È prevista una donazione di due euro. Vince chi raggiunge il 50% più uno nei gazebo. Se nessuno lo raggiunge deciderà l’Assemblea dei mille delegati convocata per il 17 marzo. Ma per il Pd sarebbe la prima volta: una roulette perché le alleanze tra le parti potrebbero ribaltare il risultato popolare.

Possono votare anche gli elettori fuorisede, i giovani fra i 16 e i 18 anni, gli italiani residenti all’estero, i cittadini dell’Ue residenti in Italia o stranieri in possesso di permesso di soggiorno. Devono però essersi precedentemente registrati online (il termine è scaduto il 25 febbraio) e devono presentarsi con un documento di riconoscimento o il permesso di soggiorno.

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Primarie PD, le regole (La Repubblica, 3 marzo 2019)

Il Corriere riferisce che tra gli sponsor di Zingaretti, dentro e fuori il Pd, ci sono Prodi, Letta, Gentiloni, Minniti e Franceschini, ma anche l’ex sindaco di Milano Pisapia, la sinistra interna di Orlando e Cuperlo e quella del vicepresidente della regione Lazio Massimiliano Smeriglio, ex di Rifondazione comunista. Con Martina ci sono i capigruppo del Pd alla Camera e al Senato Graziano Delrio e Andrea Marcucci, e due pezzi da novanta del Pd renziano, cioè Luca Lotti e Lorenzo Guerini. Roberto Giachetti ha invece dalla sua parte l’ala più ortodossa del renzismo: Maria Elena Boschi, Ivan Scalfarotto, Sandro Gozi, Anna Ascani e Luciano Nobili. E ieri, a chiudere la campagna di Giachetti c’era Carlo Calenda, che però non voterà alle primarie, pur avendo deciso di andare al gazebo di piazza del Popolo per fare «il semplice scrutatore» e pubblicizzare il suo manifesto europeista.

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Primarie PD, le regole (La Repubblica, 3 marzo 2019)

Primarie, Renzi per chi vota?

Matteo Renzi non ha voluto dichiarare il suo voto ma ha assicurato il suo sostegno al vincitore. Maria Teresa Meli sul Corriere della Sera scrive che in ogni caso il suo preferito è Giachetti. E in questo Renzi si differenzia dal nucleo di renziani storici che ha scommesso su Martina. Il Fatto Quotidiano invece riporta le suggestioni intorno al partito unico renziano che è sempre in via di costruzione ma non arriva mai:

Matteo cerca costantemente il suo omonimo, Salvini: per garantirgli un appoggio su dossier che interessano a entrambi, per sondare il terreno del proprio gradimento. E poi, chissà. Per fare un partito autonomo, però, ci vogliono soldi. Per questo l’incontro a Milano tra Renzi e Claudio Costamagna ha scatenato i retroscena sull’inizio di una campagna di raccolta fondi, come ai bei tempi della Fondazione Open e degli incontro di successo alla Leopolda. Costamagna è stato nominato alla Cassa Depositi e Prestiti da Renzi nel 2015, ora è tornato a fare il banchiere d’affari in proprio, con la sua boutique di consulenza CC& soci. Magari un suo contributo di riconoscenza Costamagna potrebbe anche darlo, ma per Renzi è più prezioso per la rete di relazioni che coltiva da trent’anni

I costi delle primarie

C’è anche una polemica intorno ai costi delle primarie. Lo staff di Zingaretti si è lamentato perché per l’organizzazione il partito avrebbe impegnato, almeno all’inizio – il condizionale è d’obbligo perché non si hanno dati precisi – solo 50 mila euro. Poca pubblicità, radio o social, niente cartelloni, come quelli dell’altra volta alle stazioni. I seggi in alcune regioni sono stati tagliati, anche se i costi con l’obolo dei due euro a
votante venivano ripagati.

L’accusa neanche tanto velata è che «non è stata promossa l’affluenza per evitare che Nicola vinca di larga misura». E si citano casi come quello di Palermo, dove da 84 comuni coperti con seggi nel 2017 si sarebbe passati a 40. Magari però questo serve a evitare polemiche successive su strani risultati e strani voti in tante province, con codazzo di prime pagine. La scusa della poca pubblicità invece può servire in caso l’affluenza si riveli al di sotto del milione. Poi comincerà l’era di Zingaretti.

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