Politica

I numeri (a rischio) del governo Gentiloni

Alla fine il più contento di tutti è Matteo Renzi. L’ex premier consegna a Paolo Gentiloni una campanellina molto carina ma senza soffitto, senza cucina: privata dell’appoggio di Denis Verdini, la maggioranza in Senato già è a rischio e questo da un lato permette a Renzi di fare bella figura con il paese e con la minoranza PD e dall’altro fornisce un’alta ricattabilità al nuovo esecutivo. E così la maggioranza che potrebbe votare la fiducia al governo Gentiloni si trova per ora sulla quota tranquilla di 171 senatori a Palazzo Madama, lontana dai 180 dei fasti (?) del governo Renzi ma anche dai 173 che dissero sì alle Unioni Civili. Con il gruppo del PD che conta 112 voti, Area Popolare formata da NCD e UCD che ne porta 29 (ma l’UDC aveva annunciato la scissione), 16 arrivano dalle autonomie e 4 da GAL oltre ai 10 del Gruppo Misto che in teoria dovrebbero garantire l’appoggio durante il voto di fiducia.

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I numeri risicati del governo Gentiloni (Corriere della Sera, 13 dicembre 2016)

E dopo? Dopo chi vivrà vedrà. Tanto più che il clima in Parlamento dopo l’annuncio di Zanetti e Verdini era questo:

In quei momenti concitati nessuno riesce a parlare con i dirigenti di Ala, convocati per una riunione d’emergenza. Un parlamentare prova a contattare D’Anna, che gli risponde per sms: «Finisco di tumulare Zanetti e poi ti chiamo». È l’ora delle vendette interne in un gruppo che si sfalda. E infatti D’Anna non ha remore a dire che — con questa operazione — «Renzi non ha voluto regalare diciotto voti di tranquillità a Gentiloni. Il suo disinteresse verso noi mi pare molto interessato. Perché gli tornerebbe utile se volesse staccare anticipatamente la spina alla legislatura».
Ma in quel caso, i parlamentari di Ala si presterebbero al (presunto) gioco del leader democrat, sapendo che difficilmente tornerebbero più in Parlamento? «In quel caso il gruppo si spaccherebbe», è il timore di Abbrignani: «Perché non vedo disponibilità a fare il lavoro sporco per altri». A caccia della «manina», tra i verdiniani c’è chi sospetta anche di Ncd, e Alfano — subito dopo il giuramento — ci tiene a smentirlo ufficialmente, invitando a cercare il colpevole da un’altra parte. Non ci sono prove insomma, ma una cosa è certa, il gruppo che ha segnato una fase del renzismo, senza più sponde rischia ora di sbriciolarsi. (Francesco Verderami, Corriere della Sera)

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