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Come il MoVimento 5 Stelle ha perso le elezioni per la Città Metropolitana

virginia raggi città metropolitana roma

Si sono svolte a Roma le elezioni per la Città Metropolitana, ovvero uno degli enti che prende il posto delle province recentemente abolite. Le elezioni sono di secondo livello, ovvero votano i consiglieri comunali dei comuni delle ex Province, un sistema simile a quello previsto per l’elezione del nuovo Senato che entrerà in vigore con la riforma costituzionale Renzi-Boschi (qualora dovesse vincere il Sì al referendum di dicembre). A differenza di quanto accade per le nuove province nel resto d’Italia per quanto riguarda le Città Metropolitane (oltre a Roma sabato sono andati al voto anche i consiglieri di  Torino, Napoli, Milano e Bologna) ad assumere il ruolo di sindaco metropolitano è di diritto il sindaco del comune capoluogo. Nel caso di Roma si tratta quindi di un incarico che verrà ricoperto da Virginia Raggi.

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Virginia Raggi in “Ma che colpa abbiamo noi”

Un ente “inutile” con competenze importanti

Uno degli effetti “anomali” della riforma degli enti locali che ha abolito le province è possibile che un sindaco metropolitano governi la Città Metropolitana senza l’appoggio di una maggioranza. Così si è verificato a Roma (ma anche a Napoli e a Torino) dove la Raggi non avrà la maggioranza in Consiglio visto che al MoVimento 5 Stelle sono andati 9 seggi (contro i 7 della coalizione di centrodestra e gli 8 vinti dall’alleanza di centrosinistra di PD e SEL). Destino segnato per il M5S come scrive la Raggi in un post (l’unico dedicato all’argomento da quando è stata eletta) visto che il suo partito correva da solo? Che al MoVimento le vecchie province non siano mai piaciute è cosa nota, certificata dal fatto che il Cinque Stelle non ha mai presentato una sua lista e un suo candidato alle elezioni provinciali. Ma c’è da rilevare che rispetto alla Città Metropolitana la Raggi avrebbe potuto (e dovuto visto che sapeva di dover guidare la città) cercare di garantirsi una maggioranza, ad esempio facendo sapere le sue idee riguardo al programma di governo o di ingaggiare con il Presidente della Regione Lazio Zingaretti (PD) una battaglia per il trasferimento delle competenze dalla Regione alla Città Metropolitana (ad esempio in merito ai trasporti locali). Senza dimenticare che tra le competenze delle Città Metropolitane c’è anche quella riguardante la gestione dei rifiuti, un tema decisamente d’attualità a Roma sul quale la Raggi avrebbe potuto avere più voce in capitolo (anche Comune, Regione e Governo hanno una quota parte delle competenze in materia). Invece il Cinque Stelle ha preferito dedicarsi ai “giochi di potere” tanto detestati senza riuscire a ottenere il massimo dal voto ponderato il cui esito è pressoché scontato ed automatico. Lo dimostrerebbe la mail inviata dai vertici del MoVimento ai consiglieri comunali e ai sindaci del M5S nella quale veniva spiegata la strategia di voto da adottare per ottenere almeno 12 consiglieri (su 24) un complesso meccanismo per garantire il massimo possibile degli eletti, uno schema che indicava con precisione chi avrebbe dovuto votare chi (e chi si sarebbe dovuto auto-votare) che secondo il Tempo era stato ideato dal consigliere comunale di Frascati Emanuele Dessì e dall’eurodeputato Fabio Massimo Castaldo. Un giochino perfettamente legale, adottato anche dagli altri partiti, che però fa riflettere sul fatto che anche all’interno del M5S i candidati vengano decisi e nominati dai vertici proprio come altrove.
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Alla fine però qualcosa è andato storto e a risultare eletti sono “solo” in nove (Giorgio Fregosi, i capitolini Marcello De Vito, Paolo Ferrara, Giuliano Pacetti, Teresa Maria Zotta, Maria Agnese Catini, Gemma Guerrini, insieme al sindaco di Pomezia, Fabio Fucci, quello di Marino, Carlo Colizza e quello di Nettuno, Angelo Casto) e il rischio è che ora la Raggi non sappia come fare per approvare il bilancio (con eventuale commissariamento dell’ente). Sulla “sconfitta” del M5S pesano anche le defezioni di alcuni consiglieri comunali (ad esempio i 5 di Nettuno) che non si sono presentati alle urne a Palazzo Valentini. La scelta di non candidare tutti i sindaci (il MoVimento governa ad Anguillara, Nettuno, Marino, Civitavecchia, Genzano e Pomezia) potrebbe essere stata fatale ma si spiega probabilmente con il fatto che i vertici provinciali del partito hanno preferito non appesantire troppo il lavoro dei loro sindaci risparmiando loro il ruolo di consigliere metropolitano oppure con la volontà di utilizzare il consiglio metropolitano come luogo di formazione politica per alcuni portavoce. Volente o nolente però il MoVimento dovrà ora fare i conti con questa nuova creatura amministrativa, senza dubbio imperfetta (ad esempio i comuni commissariati non hanno potuto eleggere nessun rappresentante) che consente una scarsa governabilità nata dalla riforma Delrio del 2014.

In un’intervista rilasciata dopo la comunicazione dei risultati la Raggi ha lungamente criticato il sistema di voto che ha creato quest’impasse e ha annunciato che in mancanza di una maggioranza governerà sui punti e sui temi. Punti e temi che però si è ben guardata da elencare. I Cinque Stelle del resto non vogliono leggere il risultato del voto come una sconfitta, dal momento che sono passati da due a nove consiglieri mentre il PD li ha sostanzialmente più che dimezzati passando da 16 a 8 (in coalizione con SEL). Rimane il fatto che a questo punto potrebbe politicamente aprirsi una fase nuova per i pentastellati che saranno giocoforza costretti a cercare di volta in volta le alleanze necessarie per governare la Città Metropolitana, una vera novità per i portavoce del partito di Grillo che da sempre rifiutano qualsiasi forma di intesa con la “vecchia politica”. È tutto da vedere però se su bilancio dell’ente i tre poli riusciranno a trovare un accordo.