Economia

Il «piano banche» di Gentiloni e Padoan

piano banche gentiloni padoan

Il decreto del governo, con sei interventi sulle banche che vanno al di là del nodo MPS, è pronto. Il «piano banche» è articolato in sei capitoli, spiega oggi il Sole 24 Ore, che guardano oltre a Siena e potrebbero entrare in campo anche se la via del mercato riprovata dal CDA del Monte portasse la banca più antica del mondo al traguardo della ricapitalizzazione.

I sei interventi del «piano banche» di Gentiloni e Padoan

In difficoltà non c’è infatti solo il Monte, spiega il quotidiano: “Il cantiere del decreto si è occupato anche di altri istituti che, come le due venete gestite dal Fondo Atlante (Veneto Banca e Popolare di Vicenza) e Carige, sono alle prese con lo stesso percorso che passa dal deconsolidamento delle sofferenze e dal conseguente aumento di capitale per riportarne la consistenza ai livelli chiesti dalla vigilanza europea. Perché, come ha ricordato ieri anche direttore generale del fondo salva-Stati Esm, Klaus Regling, è «esagerato parlare di crisi delle banche italiane», visto che nel Paese ci sono oltre 600 istituti”. Le sei mosse del governo prevedono, tra l’altro, un ombrello precauzionale pubblico per le banche alle prese con il percorso che passa dal deconsolidamento dei crediti incagliati e dal conseguente aumento di capitale. Questo – in base alla direttiva europea Brrd del 2014- scatterebbe per Mps in caso di mancato successo del tentativo di mercato. Ad averne bisogno potrebbero essere anche altri istituti come Veneto Banca, Popolare di Vicenza e Carige. Un meccanismo che nella sua formula più ampia, estesa anche a Rocca Salimbeni, potrebbe valere fino a 15 miliardi. Poi c’è il problema delle popolari dopo le pronunce del Consiglio di Stato che hanno sospeso l’applicazione delle nuove regole. Di fatto si tratta di allungare i tempi aspettando la pronuncia della Corte costituzionale cui i giudici di Palazzo Spada hanno chiesto di pronunciarsi sull’impianto delle regole che impongono la trasformazione in SPA limitando (anche fino a sospenderlo del tutto) il diritto di recesso. La scadenza fissata dalla legge è il 31 dicembre, l’udienza della Consulta è il 12 gennaio.

mps decreto
MPS, le vie del decreto (Il Sole 24 Ore, 18 dicembre 2016)

Allo studio c’è poi un’ulteriore protezione con l’attivazione di garanzie pubbliche sulle emissioni di liquidità. Il via libera di Bruxelles ottenuto dall’Italia a luglio permette di arrivare fino a 150 miliardi e il decreto dovrebbe avviarne una quota. Un intervento quello sulla liquidità che, essendo appunto una garanzia, non ha costi immediati perché le spese si attiverebbero solo se venisse esercitata. Il decreto dovrebbe ripescare anche una serie di interventi già elaborati in fase di costruzione della legge di bilancio. Tra questi la disciplina sui nuovi apporti al Fondo di risoluzione, resi necessari anche dalle difficoltà incontrate dal processo di vendita delle quattro good banks nate dalla risoluzione dalla risoluzione di Banca Etruria, Banca Marche, Carichieti e Cariferrara. Per non presentare un conto troppo pesante agli istituti di credito si prevede che i nuovi contributi possano essere rateizzati in cinque anni. Poi c’è il differimento delle tasse che potrebbe aiutare gli istituti di credito e infine la Garanzia sulla Cartolarizzazione delle sofferenze messa a punto dal Tesoro, che però vale solo sulla tranche senior dei debiti, ovvero quelli più sicuri.

Il caso MPS

Intanto mercoledì, al massimo giovedì, il destino di Mps sarà delineato. In quei giorni, i vertici della banca senese conosceranno il risultato della seconda tranche di conversione in azioni dei bond subordinati e, soprattutto, sapranno cosa possono aspettarsi dall’aumento di capitale, che partirà lunedì per chiudersi venerdì. Se Rocca Salimbeni si renderà conto che la risposta del mercato è troppo fredda, allora sarà necessario l’intervento del Governo. L’obiettivo è portare a casa 5 miliardi entro il 31 dicembre. La conversione dei bond si chiuderà mercoledì. L’operazione è rivolta soprattutto ai 40 mila piccoli risparmiatori in possesso di subordinati per 2 miliardi. L’offerta, però, riguarda anche i titoli Fresh emessi nel 2008 per l’acquisizione di Antonveneta e in possesso ad alcuni fondi ‘capitanati’ da Attestor. La loro adesione è ormai data per fatta. Questo frutterà a Mps circa 200 milioni di euro. Più che l’esito della conversione, però, determinante sarà la risposta degli investitori all’aumento di capitale, riservato per il 65% agli istituzionali e per la restante parte ai risparmiatori. Da lunedì un pool di banche di affari – guidato da Jp Morgan e Mediobanca – comincerà a sondare soci e investitori per capire quale sia la loro disponibilità a investire in Mps e, nel caso, quanto siano disposti a pagare le singole azioni. La banca senese ha previsto un range compreso fra un euro e 24,9 euro: a determinare il prezzo finale sarà il riscontro del mercato, anche se gli addetti ai lavori pronosticano che la cifra non si discosterà troppo da quella più bassa. Fra l’altro, anche il fondo sovrano del Qatar dovrà sciogliere la riserva sulla sua disponibilità a investire un miliardo. Già mercoledì o giovedì, quindi, in vertici di Mps conosceranno gli umori del mercato e capiranno se l’operazione andrà a buon fine o meno. Se l’a.d Marco Morelli si renderà conto che non c’è nulla da fare, allora per salvare Mps sarà necessario l’intervento dello Stato.

monte paschi siena conversione obbligazioni
Monte dei Paschi di Siena, (Il Sole 24 Ore, 12 dicembre 2016)

Le opzioni sul tavolo sono diverse. Se la cifra raccolta da Rocca Salimbeni si avvicinasse comunque ai 5 miliardi, lo Stato potrebbe limitarsi a partecipare all’aumento di capitale, investendo 200 milioni di euro per confermare la sua attuale quota, che è circa del 4%. Se ne servissero di più, allora potrebbe provare a far lievitare la sua quota, restando sempre socio di minoranza, ma investendo fino a 700 milioni. In quel caso, però, dovrebbe trattare con l’Ue – contatti in tal senso sono già in corso – per capire se questo tipo di intervento sia considerato un aiuto di Stato. Se l’operazione di mercato si rivelerà un flop, invece, il Governo dovrà intervenire con un decreto. A quel punto ne farebbero le spese gli azionisti e i possessori di bond subordinati, anche se il Tesoro sta cercando una strada per ‘salvaguardare’ i piccoli risparmiatori. E anche la banca verrebbe sottoposta alle rigide limitazioni previste da Bruxelles. Si aprirebbe infatti una lunga trattativa fra Governo e Ue per un piano di ristrutturazione dell’istituto. Le norme prevedono, fra l’altro, la riduzione sia dell’attivo, cioè dei prestiti, sia dei titoli di Stato, oltre allo stop al pagamento di dividendi e degli interessi sui subordinati.