Fact checking

Matteo Salvini mostra la faccia da guerra a 8 e 1/2

«Questa è la storia di uno, di uno regolare che poi l’hanno mandato a fare il militare che lui se ne sbatteva di tutte quelle storie ma era uno normale e lo doveva fare». È la storia di Matteo Salvini, uno del quale si sa tutto, che è andato a prendersi una birra al Leoncavallo quando era ragazzo e perfino che ha lavorato un paio di mesi al Burghy nel lontano 1992 ma del quale fino a qualche settimana fa si ignorava completamente se avesse fatto o meno il servizio militare. Eppure sono mesi che il leader della Lega Nord ci martella con la sua geniale trovata: il ripristino della leva obbligatoria, se prima il motivo era formare il carattere e raddrizzare la schiena di quei violenti perdigiorno, ora invece è difenderci dall’ISIS. Un bel cambiamento.

Matteo Salvini: l’ultima burba

Qualche tempo fa Matteo Salvini aveva detto che l’orecchino l’aveva messo dopo aver finito il servizio militare, poi ha confermato di averlo fatto nel 1995, ma senza specificare dove. Ieri a Otto e Mezzo ha detto a Lilli Gruber di aver prestato servizio “nel settimo” (non si sa se intendesse il settimo scaglione del 1995 o il settimo reggimento bersaglieri). Ma come mai tutto questo mistero sulla leva di Salvini? In fondo, come quasi tutti gli uomini della sua generazione Matteo aveva due opzioni, il servizio militare o l’obiezione di coscienza. È possibile che una spiegazione stia nel fatto che quando Salvini è stato chiamato sotto le armi la Lega Nord non era quella “ecumenica” di oggi, ma quella secessionista della Padania Felix, di Roma Ladrona e di tutti i riti celtico-fluviali annessi alla retorica della creazione di un nuovo Stato del Nord. Meglio quindi fare passare sotto silenzio il fatto che il leader dei giovani padani avesse prestato giuramento alla tanto vituperata Repubblica Italiana. In fondo che i leader “anziani” del partito, avessero un “passato da italiani” non era un grande scandalo, ma che uno che è entrato in Lega a diciassette anni (nel 1990) fosse stato costretto a giurare di «essere fedele alla Repubblica Italiana, di osservarne la Costituzione e le leggi e di adempiere con disciplina ed onore tutti i doveri del mio stato per la difesa della Patria e la salvaguardia delle libere istituzioni» poteva rappresentare un problema.
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Ma in fondo è ragionevole supporre che Salvini sia partito militare non tanto perché credeva nei valori della Costituzione o in quello formativo della leva. Probabilmente – ma sarebbe bello vedere il libretto universitario – Matteo Salvini che all’epoca aveva già iniziato la sua molto onorevole carriera universitaria non poteva più ottenere il rinvio della leva per motivi di studio e quindi gli è toccato di andare a servire la Patria. Se avesse davvero creduto negli ideali padani Salvini come minimo avrebbe dovuto fare obiezione di coscienza e andare a fare il servizio civile. Ora però Matteo è quello che ci spiega che la naja serve a formare i cittadini italiani (lui che per vent’anni col tricolore ci si è pulito il culo) o che sei mesi di addestramento preparano delle macchine da guerra in grado di fermare i terroristi dell’ISIS. Oppure che il militare serva per insegnare a tutti i ragazzi come difendere la proprietà privata. Chissà se Salvini era uno di quelli che al momento del giuramento invece che urlare «Lo giuro!» credendo di essere spiritosi urlavano «L’ho Duro!1» (proprio come piaceva al Senatur).
 
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La storia del modello svizzero sulle armi

Ed ecco infatti che si svela il piano diabolico di Matteo Salvini, fare come in Svizzera, dove i cittadini che hanno fatto il servizio militare possono acquistare l’equipaggiamento in surplus (ma non le armi automatiche) e portarselo a casa. L’idea che il Capitano suggerisce ai suoi  è che così potranno difendersi in caso si aggressione, peccato che quelle armi gli svizzeri non le possano usare per la difesa personale perché non possono tenere in casa le munizioni, ma solo durante i periodici periodi di richiamo in servizio per l’addestramento o le gare di tiro, ecco spiegato uno dei motivi per cui in Svizzera ci sono tante armi e poche sparatorie (anche se vedremo che non è proprio così). Chissà perché Salvini non ha preso come esempio gli USA, dove il rapporto tra possesso di armi, sparatorie e omicidi è abbastanza evidente.
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Ma in realtà se guardiamo i dati in Svizzera di armi da fuoco si muore di più che in Italia
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Più armi in circolazione tra i civili significano più episodi di violenza (come è evidente negli USA) e più morti. Ma questo al Salvini uomo d’ordine, impegnato a superare a destra gente come Ignazio La Russa nella difesa dei valori nazionali, non interessa minimamente. La legge italiana consente la detenzione di 3 pistole e 6 fucili, un vero e proprio arsenale, cos’altro serve secondo Salvini per tutelare gli italiani? Del resto quando la Lega era al Governo non è che ha stanziato più fondi per le Forze dell’Ordine, quindi la linea leghista è sempre quella: ognuno per sé.