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Tutto quello che Luigi Di Maio non ha capito sui «romeni delinquenti»

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Qualche giorno fa a Ivrea, durante il convegno SumO1 organizzato dalla Fondazione Gianroberto Casaleggio e dal MoVimento 5 Stelle per ricordare la figura del guru scomparso un anno fa il procuratore aggiunto di Messina Sebastiano Ardita ha spiegato che in virtù delle frontiere aperte e della “debolezza” del nostro sistema penale il nostro Paese importa criminali dagli altri paesi dell’Unione. In particolare Ardita ha riportato alcuni dati relativi al fatto che in Italia è presente il 40% dei criminali romeni. Luigi Di Maio ha colto la palla al balzo per spiegare che questo è il segnale che la politica della UE è sbagliata perché noi importiamo i criminali romeni mentre loro importano le nostre imprese.
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Da dove vengono i numeri di Luigi Di Maio sui romeni delinquenti 

Nel suo intervento, assai impreciso a dire la verità Ardita spiega che in un sistema “a porte aperte” ovvero dove è garantita la libera circolazione delle persone, il nostro paese è svantaggiato perché i criminali prima di spostarsi valutano le condizioni giuridiche del paese ospitante. Secondo Di Maio inoltre il nostro sistema giudiziario inefficiente sfavorisce l’arrivo di imprese straniere (che è vero) mentre le nostre imprese scappano dove i sistemi giudiziari sono più efficienti, come ad esempio in Romania. Ecco cosa ha detto Ardita ad Ivrea:

I fenomeni criminali organizzati, quelli che hanno un obiettivo economico valutano sempre il rischio penale come uno degli argomenti fondamentali per decidere dove andare a delinquere. Per esempio c’è il problema della cosiddetta importazione di criminalità: l’Italia in un sistema a frontiere aperte avendo un sistema penale che non è poi così forte con chi commette crimini rischia di importare criminalità. Qualche anno fa – ma la situazione non è cambiata – il ministro rumeno degli interni, se non sbaglio, ci comunicò che di tutti i mandati di cattura europei che riguardavano cittadini rumeni il 40% proveniva dall’Italia. Questo significa che quattro rumeni su dieci che avevano deciso di andare a delinquere avevano scelto il nostro Paese come luogo dove andare a delinquere.

A cosa si riferisce Ardita? A quali dati? Per scoprirlo bisogna fare un salto indietro nel tempo, precisamente al febbraio 2009 quando i rapporti tra Romania e Italia erano tesi perché, soprattutto sui giornali, si parlava dei romeni come di un popolo di pericolosi criminali e di ladri. È utile far notare che appena due anni prima, nel 2007, la Romania era entrata a far parte dell’Unione Europea e che quindi da quel momento i cittadini (e le imprese, e i capitali) romeni ed italiani potevano muoversi liberamente tra i due paesi. Nel febbraio del 2009 il ministro degli Esteri italiano Franco Frattini e il suo omologo romeno Christian Diaconescu avevano cercato di trovare una soluzione al problema favorendo una maggiore collaborazione tra i due stati per fermare i criminali senza però limitare la libera circolazione dei cittadini (che è garantita dai trattati europei). In quel contesto l’allora ministro della Giustizia (e non degli interni) Cătălin Predoiu aveva snocciolato alcune cifre a proposito dei criminali romeni in Italia. Su circa un milione di cittadini romeni presenti all’epoca nel nostro Paese nel 2009 nelle carceri italiane si trovavano circa 2.700 cittadini romeni in attesa di giudizio o condannati in via definitiva (ovvero lo 0,27% dei cittadini romeni presenti in Italia in quel periodo) e sempre sul territorio italiano si trovava anche il 40% dei romeni ricercati con mandato internazionale ovvero quei cittadini romeni già ricercati in patria che erano fuggiti all’estero per scappare al carcere. Perché Predoiu aveva messo a disposizione quei dati? Il motivo è abbastanza semplice: se gli italiani accusavano i romeni di essere delinquenti il Governo di Bucarest rispondeva (come riportano i giornali locali dell’epoca) spiegando che il problema era nel fatto che il nostro sistema giudiziario era lento. Bucarest infatti disse che nel 2007 e 2008, solo per quanto riguarda l’italia, i tribunali rumeni avevano emesso 468 mandati d’arresto europei ma che magistrati italian ne avevano eseguiti solo 296, rifiutando di arrestare 46 persone, mentre per altri 126 casi il governo romeno non aveva (nel 2009) ancora ricevuto una risposta.
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Quello che Di Maio non ha capito sulla delocalizzazione

Ora torniamo al presente, innanzitutto non è vero che “quattro romeni su dieci hanno scelto il nostro Paese come luogo nel quale delinquere” come ribadisce Di Maio oggi. Perché questo significa che tutti i romeni sono delinquenti e che il 40% dei romeni vive in Italia. Dal momento che in Italia vive attualmente oltre un milione di cittadini romeni e che la Romania ha 20 milioni di abitanti è evidente che qualcosa nei conti dell’onorevole Di Maio non torna. In Italia però avevano trovato rifugio il 40% dei ricercati rumeni con mandato internazionale, che non sono nemmeno il 40% di tutti i criminali romeni a volerla dire tutta. E le cifre all’epoca parlavano di 468 mandati d’arresto europeo inoltrati dai tribunali romeni a quelli italiani: meno di 500 persone ma Di Maio e Ardita parlano di un’invasione di criminali. E del resto ci sarebbe anche da discutere che cifre che erano valide nel 2009 e che si riferivano presumibilmente anche ad un periodo antecedente all’ingresso della Romania nella UE possano essere le stesse ancora oggi, nel 2017 a quasi dieci anni di distanza. Di Maio suggerisce inoltre di fare come i romeni: “scoraggiano i delinquenti e attirano le imprese” e qui il ragionamento dell’Onorevole a 5 Stelle inizia letteralmente a collassare sotto il suo stesso peso. Per “fare come i romeni” dovremmo quindi esportare i criminali costringendoli a fuggire all’estero (ammesso e non concesso che sia questo quello che hanno fatto i romeni)? In secondo luogo è vero che le imprese non investono nel nostro Paese (anche se la CGIA nel 2015 certificava un aumento degli investimenti rispetto al 2014) perché la giustizia non funziona ma non è il problema dei reati contro la proprietà o la criminalità organizzata a preoccuparle ma la farraginosità della nostra burocrazia, per il rischio fiscale, per gli esiti imprevedibili degli accertamenti fiscali, per i costi d’impresa e la difficoltà di fare affari nel nostro paese. C’è però anche un’altra cosa che Di Maio – così preoccupato a dare la colpa alla UE – non dice ovvero che quando le imprese italiane (soprattutto dalla locomotiva del Nord Est) delocalizzavano in Romania il paese non era nemmeno nella UE (si era alla fine degli anni Novanta primi anni Duemila) ed era perché lì i costi erano più bassi (fino a sette volte inferiori). In parole povere si pagavano meno i lavoratori (romeni) rispetto a quelli italiani, e ora la Romania non tira poi così tanto. Non c’entrava nulla la bontà del sistema giudiziario romeno, e le proteste dei cittadini romeni contro la corruzione dilagante che hanno incendiato Bucarest negli ultimi mesi dovrebbero far capire che nemmeno la dilagante corruzione rappresenta un vero ostacolo. Ma al solito Di Maio non sa di cosa parla, nemmeno quando ci presenta “dati inopinabili”.

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