Politica

La lettera di Napolitano sul suicidio di Sergio Moroni

Giorgio Napolitano ha scritto oggi una lunga lettera al Corriere della Sera nella quale rievoca il suicidio di Sergio Moroni durante Tangentopoli. Moroni, eletto onorevole con il Partito Socialista Italiano, ricevette due avvisi di garanzia per le discariche lombarde e le attività di Ferrovie Nord. Malato di tumore, il 2 settembre si sparò in bocca nella cantina del condominio in cui abitava con la moglie lasciando alcune lettere che vennero rese pubbliche. Bettino Craxi disse che i magistrati avevano creato un clima infame, per spiegare la morte di Moroni. La lettera di Napolitano che risponde all’editoriale di Ernesto Galli Della Loggia:

Gentile direttore,
Ernesto Galli della Loggiaieri nel suo editoriale «All’origine dell’antipolitica» ha rievocatola tragica vicenda del suicidio del deputato socialista Sergio Moroni e della lettera con cui egli mi comunicò e motivò — il 3 settembre 1992 — il suo terribile gesto. In quella lettera egli denunciò «un clima da pogrom nei confronti della classe politica». Quel momento non si è mai cancellato dalla mia memoria: ne scrissi nel breve libro sui miei due anni di presidenza della Camera («Dove va la Repubblica», ripubblicato da Rcs Libri nel 2006), in cui riprodussi integralmente il testo della lettera di Moroni, e vi diedi ampio spazio nella mia «autobiografia politica» del 2005.
Lì scrissi: «fu il momento umanamente e moralmente più angoscioso che vissi da Presidente della Camera». Galli della Loggia sostiene che le parole di Moroni «caddero nel vuoto (…)non furono ritenute degne della benché minima discussione parlamentare». Ma non dice, forse perché non ricorda, che io «resi pubblica quella lettera, indirizzata personalmente a me e nella prima seduta che dopo quel giorno si tenne, la lessi in Aula commentandola con brevi, difficili parole». Non avrei potuto aprire una discussione in Assemblea, ho anche dopo continuato a chiedermi se avrei potuto dire o fare qualcosa di più, ma onestà vuole che non si ignori — con memoria incompleta o non obbiettiva — il modo in cui comunque io personalmente non lasciai «cadere nel vuoto» quella tragica lettera.

sergio moroni
Sergio Moroni, onorevole socialista

La risposta di EGDL:

Non ho ricordato nel mio editoriale che il presidente Napolitano diede lettura all’Aula della missiva inviatagli dall’onorevole Moroni in punto di morte perché mi sembrava che davvero nessuno potesse pensare che non l’avesse fatto.

Quello di Moroni non fu l’unico suicidio di Tangentopoli: in quegli anni si tolsero la vita per le inchieste anche Gabriele Cagliari, in carcere, e Raul Gardini.

SERGIO MORONI GIORGIO NAPOLITANO TANGENTOPOLI 1
Il suicidio di Gabriele Cagliari

SERGIO MORONI GIORGIO NAPOLITANO TANGENTOPOLI 2
Il suicidio di Raul Gardini

LA LETTERA DI SERGIO MORONI A GIORGIO NAPOLITANO
Napolitano quindi “richiama” Galli Della Loggia, o meglio questo è il motivo scatenante per la lettera inviata al Corriere dall’inquilino del Quirinale, che ricorda la missiva mandata a lui personalmente, e poi resa pubblica, proprio da Moroni prima di togliersi la vita:

« Egregio Signor Presidente,
ho deciso di indirizzare a Lei alcune brevi considerazioni prima di lasciare il mio seggio in Parlamento compiendo l’atto conclusivo di porre fine alla mia vita. È indubbio che stiamo vivendo mesi che segneranno un cambiamento radicale sul modo di essere nel nostro paese, della sua democrazia, delle istituzioni che ne sono l’espressione. Al centro sta la crisi dei partiti (di tutti i partiti) che devono modificare sostanza e natura del loro ruolo. Eppure non è giusto che ciò avvenga attraverso un processo sommario e violento, per cui la ruota della fortuna assegna a singoli il compito delle “decimazioni” in uso presso alcuni eserciti, e per alcuni versi mi pare di ritrovarvi dei collegamenti. Né mi è estranea la convinzione che forze oscure coltivano disegni che nulla hanno a che fare con il rinnovamento e la “pulizia”. Un grande velo di ipocrisia (condivisa da tutti) ha coperto per lunghi anni i modi di vita dei partiti e i loro sistemi di finanziamento. C’è una cultura tutta italiana nel definire regole e leggi che si sa non potranno essere rispettate, muovendo dalla tacita intesa che insieme si definiranno solidarietà nel costruire le procedure e i comportamenti che violano queste regole.
Mi rendo conto che spesso non è facile la distinzione tra quanti hanno accettato di adeguarsi a procedure legalmente scorrette in una logica di partito e quanti invece ne hanno fatto strumento di interessi personali. Rimane comunque la necessità di distinguere, ancora prima sul piano morale che su quello legale. Né mi pare giusto che una vicenda tanto importante e delicata si consumi quotidianamente sulla base di cronache giornalistiche e televisive, a cui è consentito di distruggere immagine e dignità personale di uomini solo riportando dichiarazioni e affermazioni di altri. Mi rendo conto che esiste un diritto d’informazione, ma esistono anche i diritti delle persone e delle loro famiglie. A ciò si aggiunge la propensione allo sciacallaggio di soggetti politici che, ricercando un utile meschino, dimenticano di essere stati per molti versi protagonisti di un sistema rispetto al quale oggi si ergono a censori. Non credo che questo nostro Paese costruirà il futuro che si merita coltivando un clima da “pogrom” nei confronti della classe politica, i cui limiti sono noti, ma che pure ha fatto dell’Italia uno dei Paesi più liberi dove i cittadini hanno potuto non solo esprimere le proprie idee, ma operare per realizzare positivamente le proprie capacità e competenze. Io ho iniziato giovanissimo, a solo 17 anni, la mia militanza politica nel Psi. Ricordo ancora con passione tante battaglie politiche e ideali, ma ho commesso un errore accettando il “sistema”, ritenendo che ricevere contributi e sostegni per il partito si giustificasse in un contesto dove questo era prassi comune, ne mi è mai accaduto di chiedere e tanto meno pretendere. Mai e poi mai ho pattuito tangenti, né ho operato direttamente o indirettamente perché procedure amministrative seguissero percorsi impropri e scorretti, che risultassero in contraddizione con l’interesse collettivo. Eppure oggi vengo coinvolto nel cosiddetto scandalo “tangenti”, accomunato nella definizione di “ladro” oggi così diffusa. Non lo accetto, nella serena coscienza di non aver mai personalmente approfittato di una lira. Ma quando la parola è flebile, non resta che il gesto. Mi auguro solo che questo possa contribuire a una riflessione più seria e più giusta, a scelte e decisioni di una democrazia matura che deve tutelarsi. Mi auguro soprattutto che possa servire a evitare che altri nelle mie stesse condizioni abbiano a patire le sofferenze morali che ho vissuto in queste settimane, a evitare processi sommari (in piazza o in televisione) che trasformano un’informazione di garanzia in una preventiva sentenza di condanna. Con stima.
Sergio Moroni »

Ma il fine politico di Napolitano è un po’ più alto rispetto a quello di far rispettare la memoria storica su Tangentopoli. Napolitano infatti inquadra un parallelo (piuttosto fantasioso, ad occhio) tra questi tempi e quelli di Tangentopoli esattamente come aveva fatto lo stesso Galli Della Loggia nel suo editoriale “Alle origini dell’antpolitica”, sostenendo che la ragione di fondo per cui l’assetto politico italiano è sistematicamente insidiato dall’antipolitica, dal populismo e dal giustizialismo consiste nel fatto “che tutte e tre quelle patologie sono nel Dna stesso della Seconda Repubblica: costituiscono una sorta di suo peccato originale. Tra il 1992 e il 1994 – non bisogna mai dimenticarlo – la Seconda Repubblica è nata infatti fuori e contro la politica”.
 
LE INTENZIONI DI EGDL
Galli della Loggia citava due fatti che giudicava all’origine di questa deviazione, di cui ancora risentiamo le conseguenze. Il primo risale al 2 settembre 1992 quando il deputato socialista Sergio Moroni, prima di suicidarsi a seguito di un avviso di garanzia inviatogli dalla procura milanese, inviò proprio a Napolitano allora presidente della Camera una lettera nella quale denunciava «un clima da pogrom nei confronti della classe politica», caratterizzato da «un processo sommario e violento». E scrivendo anche che sul contenuto di quella lettera non si aprì alcun dibattito alla Camera e Napolitano si limitò a esprimere un generico cordoglio per la scomparsa di Moroni. Il secondo fatto è il pronunciamento dei pm milanesi contro il decreto del ministro di Giustizia Conso, volto a depenalizzare il reato di finanziamento illecito ai partiti, avvenuto il 5 marzo 1993: “un fatto – scrive Galli della Loggia – probabilmente mai avvenuto prima in alcun regime costituzionale fondato sulla divisione dei poteri. I magistrati del pool di Mani Pulite si presentarono al gran completo davanti alle telecamere del telegiornale delle 20, incitando con parole di fuoco i cittadini alla protesta contro il decreto legge emanato da quello che a tutti gli effetti era il governo legale del Paese”. Si chiede infine l’editorialista: “è possibile non riconoscere in questi episodi e in tanti altri che accaddero allora alcuni elementi caratterizzanti di quella che è stata poi la vicenda italiana? […]anche il populismo ha una storia lunga e molto varia: allo stesso modo, peraltro, dei suoi fratelli gemelli, il giustizialismo e l’antipolitica. La classe dirigente che si ritrova ad essere oggi alla testa della Seconda Repubblica non dovrebbe scordarselo. È proprio in quei terreni che oggi essa disdegna che affondano, infatti, le radici profonde della sua stessa legittimazione”. Di più: Della Loggia aveva anche un nemico ben individuato.

E non suona forse sempre eguale anche il richiamo alla volontà della «gente» o del «popolo» che sia — che allora era quello «dei fax», poi è stato quello degli «indignati», e oggi è quello della «Rete»? Da queste parti,come si vede, anche il populismo ha una storia lunga e molto varia: allo stesso modo, peraltro, dei suoi fratelli gemelli, il giustizialismo e l’antipolitica.

Un obiettivo, insomma, molto chiaro. Lo stesso di Napolitano.