La macchina del funky

L'addio di Fassina al «Pd dei banchieri»

Stefano Fassina, già viceministro dell’Economia con il trotzkista Fabrizio Saccomanni, intervistato dal foglio leninista Financial Times, difensore del governo di Ernesto Che Mario Monti, oggi ci spiega che esce dal Partito Democratico, dopo l’addio storico di Capannelle, perché questo ormai è il PD dei banchieri. L’intervista che rilascia oggi a Repubblica parte da Matteo Renzi:

Lo considera un usurpatore della Ditta?
«Assolutamente no. Anzi, è l’interprete fedele ed estremo del Pd che fu costruito al Lingotto. Bersani purtroppo è stata solo una parentesi. Il Pd ha nel suo statuto una cultura plebiscitaria che poi si riflette nelle sue azioni. Persino sulla scuola abbiamo assunto l’ispirazione dell’uomo solo al comando, il preside, che disciplina gli insegnanti sfaticati».
Secondo lei Bersani resta nel Pd solo perché ne è stato il segretario?
«Con Bersani e con altri c’è la condivisione dell’analisi sullo strappo che si è prodotto con una parte significativa del nostro mondo attraverso le scelte del governo. Ma no, non resta solo perché è l’ex segretario. Ci ho parlato, lui crede ci sia lo spazio per una funzione nel Pd. Sa però che per me è importante fare fino in fondo quello che sento».

stefano fassina

Lei dice che nel Pd si vede soprattutto l’establishment, la finanza internazionale. Oltre a Marchionne, a chi si riferisce: a Serra, a Costamagna?
«Nel momento in cui Cassa depositi e Prestiti deve espandere il suo intervento sull’economia reale, il governo nomina un professionista di prima qualità, ma che è espressione della finanza internazionale. C’è un’enorme contraddizione e vedo uno spostamento dell’asse verso interessi forti, quelli del big business industriale e finanziario. Costamagna non è l’unico. Si mettono grandi banchieri d’affari ovunque».
Tipo?
«Ce n’è uno stuolo a Palazzo Chigi, tutti consiglieri del premier».

Evidentemente invece Monti, di cui Fassina fu cantore, in realtà era un amico del giaguaro.