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La buffonata delle dimissioni di Tavecchio (e di Ventura)

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“Ho sentito Tavecchio, gli ho chiesto che intenzioni avesse, e mi ha detto che domani ci sarà questa riunione in Figc alle 16. Come sapete è padrone di assumersi le responsabilità, ma se fossi in lui mi dimetterei”: con queste parole il presidente del CONI Giovanni Malagò dà il via alla sceneggiata che andrà in onda nei prossimi giorni all’interno di quel mondo dei paradossi che risponde al nome di calcio italiano dopo l’eliminazione dell’Italia dal Mondiali ad opera della Svezia. La dichiarazione fa il paio con quella rilasciata ieri da Gianpiero Ventura dopo la partita: l’allenatore, a chi gli chiedeva se avesse intenzione di dare le dimissioni, ha risposto che “Non mi sono dimesso perché non ho parlato col presidente: le considerazioni sono tante, devo parlare con la Federcalcio”.
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Non si capisce infatti di cosa Ventura debba parlare con la Federcalcio, se non del fatto che ha ancora otto mesi di contratto e dando le dimissioni li perderebbe mentre trovando un accordo con la federazione per una buonuscita sarebbero tutti felici e contenti di aver salvaguardato la forma. Per Tavecchio la situazione è simile – non è una questione di stipendio ma di potere – a quella di Ventura: avrebbe potuto (e dovuto) dimettersi all’epoca di Optì Pobà, ma non ne ha sentito il bisogno. Avrebbe potuto (e dovuto) dimettersi all’epoca della scoperta del suo libro fatto acquistare dalla federazione, ma non ne ha sentito il bisogno. Avrebbe potuto (e dovuto) dimettersi dopo le affermazioni su ebrei e gay, ma non ne ha sentito il bisogno. Tavecchio è stato incredibilmente confermato alla guida della FIGC fino al 2020 poco tempo fa. Credete davvero che ne senta il bisogno soltanto per un’eliminazione dai Mondiali?

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