La macchina del funky

La buffonata della "commissione di indagine" sulle banche

grillini civati

L’11 dicembre 2015, nel pieno della polemica sulle quattro banche risolte dal governo nel decreto Salvabanche, Matteo Renzi lo diceva chiaro e tondo rispondendo in conferenza stampa a Palazzo Chigi: «Siamo al lavoro perché le autorità chiariscano le responsabilità del passatVedo di buon occhio il fatto che il Parlamento possa aprire commissioni di inchiesta su ciò che è avvenuto negli ultimi 15 anni». Ora, come la storia d’Italia certifica, le commissioni d’inchiesta raramente, se non mai sono state utili alla chiarificazione dei fatti. Di solito hanno aggiunto bufale a confusione. Nella fattispecie, la commissione d’inchiesta era stata chiesta da Forza Italia, approvata dai grillini e perorata da Renzi. Perché è preferibile ad altri strumenti? Per una questione di regole:

Le commissioni di inchiesta procedono alle indagini con gli stessi poteri e gli stessi limiti dell’autorità giudiziaria (Magistratura. Diritto costituzionale): possono, quindi, acquisire documenti e/o interrogare testimoni, anche in forma coattiva. A questo proposito, si è posto il problema se le Commissioni di inchiesta istituite con legge possano avere maggiori poteri di quelli dell’autorità giudiziaria (la l. n. 579/1979, istitutiva della Commissione bicamerale di inchiesta sul c.d. caso Moro rendeva infatti inopponibili alla Commissione il segreto di Stato, il segreto di ufficio e il segreto bancario): la dottrina maggioritaria lo ha negato, ma non sono mancate opinioni in senso diverso. Inoltre, sempre in virtù del parallelismo con l’autorità giudiziaria, ci si è chiesti se le commissioni di inchiesta siano tenute, nello svolgimento dei propri lavori, all’osservanza del segreto, oppure se debba prevalere il principio della pubblicità dei lavori: la prassi è stata oscillante (nel caso della Commissione di inchiesta sulla loggia massonica P2 tutte le sedute erano pubbliche, ma ci sono stati molti casi in cui è stato imposto il segreto), mentre la giurisprudenza costituzionale ha riconosciuto che le commissioni siano libere di organizzare i propri lavori «in funzione del conseguimento dei fini istituzionalmente ad esse propri». Infine, la stessa Corte costituzionale ha riconosciuto nelle commissioni di inchiesta un soggetto legittimato ad essere parte di un conflitto di attribuzione tra poteri dello Stato (Conflitti di attribuzione. Diritto costituzionale).

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Chi ha titoli e obbligazioni delle banche fallite (Repubblica, 10 dicembre 2015)

E infatti ieri il governo… ha cambiato idea. Ad occuparsi della storia non sarà una commssione d’inchiesta ma una commissione di indagine. Scrive oggi Marco Galluzzo sul Corriere della Sera:

«Una commissione parlamentare d’inchiesta, con gli stessi poteri della magistratura? Forse è proprio quello di cui il sistema italiano non ha bisogno, in questo momento. Meglio una commissione d’indagine o si rischia un cortocircuito istituzionale e anche dei danni all’economia del Paese». […]
Fra i senatori dem più in vista, alla fine di un ragionamento, si ascolta una conclusione: «Una commissione d’indagine, se formata con un patto istituzionale fra tutti i partiti, può essere più che sufficiente». Analogo concetto viene espresso nello staff del premier. Che paventa il rischio che la situazione precipiti sospinta da fughe in avanti come quella del vice presidente del Senato, Maurizio Gasparri, che ieri ha fissato, come «obiettivo prioritario», «cacciare Visco da Bankitalia».

Insomma, uno strumento inappropriato (la commissione d’inchiesta) è stato indicato dal presidente del Consiglio in una conferenza stampa appena nove giorni fa. Nove giorni dopo il governo e la maggioranza hanno già cambiato idea.