Politica

La bozza della legge per regolarizzare i migranti per il lavoro nei campi

Tra i ministeri di Agricoltura, Lavoro, Interni, Economia e Giustizia circola, per ora in via riservata, una bozza di legge in 18 articoli nella quale si parla esplicitamente della loro «regolarizzazione» tramite una «dichiarazione di emersione dei rapporti di lavoro»

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Il Corriere della Sera oggi racconta che tra i ministeri di Agricoltura, Lavoro, Interni, Economia e Giustizia circola, per ora in via riservata, una bozza di legge in 18 articoli nella quale si parla esplicitamente della loro «regolarizzazione» tramite una «dichiarazione di emersione dei rapporti di lavoro». Spiega Goffredo Buccini:

All’articolo 1 si spiega che «al fine di sopperire alla carenza di lavoratori nei settori di agricoltura, allevamento, pesca e acquacoltura», chi voglia mettere sotto contratto di lavoro subordinato «cittadini stranieri presenti sul territorio nazionale in condizioni di irregolarità» può presentare istanza allo sportello unico per l’immigrazione. Il contratto«non superiore a un anno» genera, dopo una serie di verifiche burocratiche, un permesso di soggiorno, che può essere rinnovato tramite nuovi rapporti di lavoro. Il provvedimento, che potrebbe finire presto in un decreto, non sarà privo di contraccolpi. Già è in atto la proroga dei permessi di soggiorno in scadenza, ma questa partita è ben diversa.

Gli irregolari in Italia «sono circa 600 mila e vivono in insediamenti informali, sottopagati e sfruttati spesso in modo inumano», ha detto giovedì nella sua informativa alle Camere la ministra dell’Agricoltura Teresa Bellanova, sponsor del progetto, per poi anticipare ai parlamentari il senso del testo che il Corriere ha ora visionato: «Ritengo fondamentale nella fase emergenziale regolarizzare gli extracomunitari che ricevano offerte di lavoro… o è lo Stato a farsi carico della vita di queste persone o sarà la criminalità a sfruttarla».

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Nessuno pronuncia la parola «sanatoria», ma i campi diventano prima linea economica e politica. Da Nord a Sud, dalle prossime raccolte di pesche nella piemontese Saluzzo fino a quella ormai in esaurimento delle arance nella Calabria di Rosarno, il Covid-19 ha terrorizzato e svuotato: il «si salvi chi può» di polacchi, bulgari e romeni, slovacchi e albanesi ha lasciato a terra fiori e pomodori, zucchine e melanzane; forse le ciliegie Ferrovia di Turi resteranno a marcire, forse l’uva seguirà. Un crac.

«Le associazioni ci parlano di una carenza di manodopera stagionale tra le 270 e le 350mila unità», ha aggiunto la Bellanova. Il presidente di Coldiretti, Ettore Prandini,in effetti ci descrive uno scenario bellico: «Rischiamo di perdere il 35% di ciò che c’è nei campi, e questo peserà poi soprattutto su chi è più povero». La sua associazione ha stilato una mappa delle province più colpite, dove lavorava quasi un terzo degli stagionali svaniti: Bolzano e Trento, per fragole, mele e uva; Verona con gli asparagi; Cuneo con pesche, kiwi e susine; Latina coi suoi ortaggi in serra; Foggia coi pomodori, i broccoli e i cavoli.

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