Economia

Jobs Act: perché con Renzi licenziare conviene

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Cambia molto nei nuovi contratti a tempo indeterminato con l’approvazione (salvo intese, per ora) del Jobs Act e delle modifiche all’articolo 18. Cambia, soprattutto, una norma sui licenziamenti degli impiegati statali assunti con le nuove norme, anche se sul punto c’è ancora, incredibilmente, discussione. Secondo Pietro Ichino, padre putativo della legge che il governo Renzi ha varato, la nuova norma ha cancellato la parte che la vedeva disapplicata agli impiegati statali, secondo il ministro della Funzione Pubblica Marianna Madia invece no.

Jobs Act: il mercato del lavoro in Italia
Jobs Act: il mercato del lavoro in Italia (Corriere della Sera, 27 dicembre 2014)

JOBS ACT: I LICENZIAMENTI DEGLI STATALI
Intanto scoppia anche un caso sui licenziamenti collettivi. Il governo, infatti, ha deciso che le nuove regole sui licenziamenti si applicheranno sia ai licenziamenti individuali sia a quelli collettivi, cioè riguardanti almeno cinque lavoratori. Quest’ultima è una novità che ha fatto protestare tutti i sindacati, dalla Cgil alla Uil, che già avevano scioperato contro il Jobs Act, fino alla Cisl che invece non l’aveva fatto. A questo punto non è escluso che la partita possa in qualche modo riaprirsi in Parlamento dove i due decreti delegati varati il 24 dicembre (sul contratto a tutele crescenti e sugli ammortizzatori sociali) arriveranno subito dopo la pausa natalizia per ottenere il parere non vincolante delle Commissioni competenti. Il presidente della Commissione Lavoro della Camera, Cesare Damiano, esponente di una delle minoranze Pd, ha chiesto esplicitamente di modificare quel passaggio. Ichino ha spiegato al Corriere perché i licenziamenti collettivi valgono per gli statali:

La questione è tecnica e Ichino, da giuslavorista d’esperienza,entra nei dettagli: «Il testo unico dell’impiego pubblico stabilisce che, salve le materie delle assunzioni e delle promozioni, che sono soggette al principio costituzionale del concorso, per ogni altro aspetto il rapporto di impiego pubblico è soggetto alle stesse regole che si applicano nel settore privato». Ma c’è chi, come il ministro per la Pubblica amministrazione Marianna Madia sostiene che gli statali sono esclusi, perché entrano per concorso e quindi seguono regole diverse: «Qualche volta —risponde lui — anche i ministri sbagliano, concorso non significa inamovibilità. E sbaglia chi voleva l’espressa esclusione de idipendenti pubblici, come la minoranza di sinistra del Pd e probabilmente anche qualcuno all’interno delle strutture ministeriali. Non si rendono conto che il contratto a tutele crescenti costituisce l’unica soluzione possibile per il problema del precariato, anche nel settore pubblico. Il precariato èl’altra faccia, strutturalmente inevitabile, dell’inamovibilità dei lavoratori di ruolo»

Quindi, come ricorda il quotidiano, quando il decreto legislativo sarà in vigore (bisogna attendere un mese per i pareri non vincolanti del Parlamento) coloro che verranno assunti (sia per la prima volta, sia perché cambiano lavoro) con il contratto a tutele crescenti non avranno più le protezioni sui licenziamenti previste dall’articolo 18 dello Statuto. Il diritto al reintegro nel posto di lavoro scatterà solo per i licenziamenti discriminatori e per quelli disciplinari se il giudice accerterà che il fatto contestato non sussiste. Altrimenti ci sarà un indennizzo da 4 a 24 mensilità. E sui conti dei licenziamenti si nasconde la vera differenza per le imprese con il Jobs Act di Matteo Renzi.

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I conti della UIL sull’assunzione e sul licenziamento dopo un anno (La Repubblica, 27 dicembre 2014)

JOBS ACT: GRAZIE A RENZI ADESSO LICENZIARE CONVIENE
Grazie alle nuove norme, infatti, adesso licenziare conviene. La tabella precedente, compilata su dati dell’Ufficio territoriale della UIL, illustra la differenza nel corrispettivo economico da corrispondere al lavoratore. In più, le nuove regole sui licenziamenti individuali si applicano anche ai licenziamenti collettivi,relativamente ai dipendenti assunti con contratto a tutele crescenti. Ciò significa che,per questi ultimi, eventuali licenziamenti illegittimi non sarebbero sanzionati con il reintegro (tranne che per i casi d idiscriminazione e di insussistenza del fatto disciplinare) ma con gli indennizzi. La norma potrebbe rivelarsi di difficile applicazione in caso di licenziamento di lavoratori in parte coi vecchi contratti e in parte coi nuovi. Spiega Repubblica che la cancellazione dell’articolo 18 per i neo assunti renderà monetizzabile l’uscita e conveniente l’entrata. Ma il primo importo è inferiore al secondo, per molte classi di reddito. Ne deriva un vantaggio per l’impresa.

È possibile quantificare il vantaggio?

La Uil, Servizio politiche territoriali, l’ha fatto. Il guadagno per l’azienda sarebbe di circa mille euro per un lavoratore con reddito medio (22-25 mila euro annui) licenziato dopo un anno. Tra 12 e 14 milaeuro, se licenziato dopo tre anni. Sugli 8-9 mila euro,se messo alla porta dopo 5 anni, quando uno dei bonusnon c’è più (lo sgravio contributivo triennale).
Si tiene conto dei calcoli del ticket Fornero?

Sì. L’imprenditore quando licenzia deve pagare al lavoratore 490 euro per un massimo di 3 anni, oltre all’indennizzo dovuto se il licenziamento è illegittimo. Nonostante questo importo, la convenienza ad assumere per licenziare presto, nel giro di uno o tre anni, esiste.
Si riduce il costo del lavoro. Vero?

Certo. La deduzione integrale del costo del lavoro dall’Irap è una misura strutturale e benefica per le aziende. I contributi azzerati valgono per tre anni (2015-2017) e si riferiscono solo alle assunzioni del 2015. Se però il governo decidesse di rendere anche questa misura strutturale, potremmo assistere alla fine del contratto indeterminato e all’inizio di un turn over forsennato, favorito dalle leggi e foraggiato dagli incentivi. L’opposto dell’obiettivo.

Foto copertina da qui

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