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Meno Facebook e più fatti: Maroni spiega cosa dovrebbe fare il ministro dell’Interno

“Un ministro dell’Interno deve parlare con i fatti”, dice Roberto Maroni. Su di lui è appena uscito il libro di Giacomo Ciriello La mafia si può vincere (Aragno, 330 pp., 15 euro). Un racconto di colui che fu il suo capo di segreteria al Viminale per i 42 mesi che vanno tra il maggio del 2008 al novembre del 2011, e che furono quelli in cui lo Stato italiano diede alle mafie i colpi più devastanti dall’Unità in poi. “Uno dei migliori ministri dell’Interno di sempre”, disse allora di Maroni Roberto Saviano. Quello stesso Roberto Saviano che a Matteo Salvini dà invece oggi del “ministro della malavita”, malgrado Maroni e Salvini vengano dallo stesso partito. “Non commento e non intendo esprimere giudizi sull’operato di chi è venuto dopo di me al ministero dell’Interno perché ritengo che il ministro dell’Interno abbia delle responsabilità e dei compiti tali che dovrebbe essere sempre rispettato, qualunque cosa faccia”, mette un po’ le mani avanti. Però la differenza di stile tra il ministro che si faceva lodare da tutti i quello che sembra cercare apposta la lite è troppo marcata, perché si possa eludere. “Saviano aveva riconosciuto l’efficacia della mia azione contro la criminalità organizzata. Non poteva fare altro perché i numeri erano quelli”, rivendica Maroni. Ma aggiunge: “io mi basavo sui fatti. Facevo le cose e poi annunciavo le cose che avevo fatto. Oggi vale – mediaticamente parlando . tutto e il contrario di tutto. E pur di polemizzare ci si scontra su un tema come quello della lotta alla criminalità, sul quale non dovrebbero esservi divisioni”.

roberto maroni

Maroni, sembra dunque di capire che lei preferisca uno stile più di azione che di proclami…
Sì, certo. Questa è la mia natura. Io sono fatto così: poche parole e molti fatti. Basta vedere quello che ho fatto nei tre anni e mezzo da ministro. Io non avevo un profilo Facebook né un profilo Twitter: comunicavo le azioni fatte. Quando veniva arrestato un boss mafioso comunicavamo: è stato arrestato il superlatitante numero uno. Poi: è stato arrestato il superlatitante numero due. Poi: è stato arrestato il superlatitante numero tre. Poi: è stato arrestato il superlatitante numero quattro. E così via, fino al numero 28. Trenta erano i superlatitanti quando sono arrivato al ministero: 28 di questi sono stati arrestati, con me al ministero. Se tu invece ti metti a dire: voglio arrestarli tutti prima di farlo, va benissimo. Ma è diverso dal dire: li ho arrestati tutti o quasi. Io credo poi che il ministro dell’Interno abbia un dovere di riservatezza istituzionale più che altri ministri, perché è il responsabile unico nazionale della sicurezza. E quindi deve parlare con i fatti.

Maroni critica dunque lo stile di Salvini?
Se lo stile di Salvini è diverso dal mio, benissimo. Non entro nel merito. Dico solo che io mi sono comportato così, e mi pare che ancora oggi ci sia un riconoscimento delle cose che abbiamo fatto in quegli anni. Un riconoscimento che mi fa molto piacere.

Vogliamo ricordare questo lavoro?
Sì. Mi sono molto impegnato nella lotta contro la criminalità organizzata facendo cose che hanno prodotto risultati: non solo chiacchiere o propaganda. E i risultati sono lì a dimostrarlo, in due direzioni. Prima di tutto, nel coordinamento delle forze di polizia e degli investigatori, in particolare la magistratura. Era una cosa che non funzionava, soprattutto in certe regioni del Sud. C’era uno scollamento tra chi doveva svolgere attività investigativa – cioè la magistratura e le direzioni antimafia – e le forze dell’ordine. È questo che ci ha permesso in tre anni e mezzo di individuare e catturare 28 dei 30 superlatitanti più pericolosi. Quando io sono arrivato a fare il ministro erano 30 i superlatitanti. Dopo tre anni e mezzo 28 erano in galera. Secondo poi, cosa ancora più importante, abbiamo approvato delle norme di legge per migliorare e aumentare l’aggressione sui patrimoni delle mafie e della criminalità organizzata. Ed è questa la cosa che danneggia di più il sistema criminale. Se tu arresti un boss e lo metti in galera, certo è un danno per loro. Però il boss riesce comunque a pagare gli stipendi ai soi affiliati, riesce in qualche modo, e poi è lì. La sua presenza si sente comunque. Se gli porti via i patrimoni frutto dell’attività gli metti in crisi l’organizzazione e queste leggi che abbiamo fatto sull’aggressione ai patrimoni hanno funzionato, portando a decine di miliardi di patrimoni sequestrati in quegli anni. Immobili, aziende, conti correnti: un danno gravissimo alla criminalità organizzata.

Però adesso questi metodi sono stati messi in discussione con la sentenza della Corte Europea dei Diritti Umani di Strasburgo che ha condannato il 41 bis a Provenzano…
È una decisione di chi non si rende ben conto della pericolosità. Va bene i diritti umani; ci mancherebbe altro! Ma quando uno che scioglie nell’acido un bambino, che altro gli ci vorrebbe se non la pena di morte per questa gente qua? Altro che il 41 bis! Sappiamo che non si può, anche se in alcuni dei civilissimi Stati Uniti la pena di morte c’è. Ma ci deve essere una proporzione nelle cose, e a me pare che in certe posizioni, e in certe polemiche ci sia un atteggiamento di favore nei confronti non della vittima ma del carnefice. E io non sono d’accordo con questo. La punizione deve essere esemplare, se no non c’è il deterrente, e continueremo a subire queste cose. Quindi secondo me lo Stato ha fatto quello che doveva fare, anzi poteva anche fare di più; avrebbe potuto fare di più nei confronti di Provenzano! Questo atteggiamento della Corte di Strasburgo non lo condivido assolutamente. Certe situazioni che ci sono da noi non ci sono in altri Paesi, mentre noi le conosciamo bene. A maggior ragione io dico quindi che l’atteggiamento deve essere questo e non può che essere questo. Quindi andiamo avanti così. Sono assolutamente convinto di questo.

Salvini a parte, può dare una valutazione su quello che hanno fatto i suoi successori in generale?
Nel contrasto alla criminalità organizzata siamo noi che abbiamo segnato la svolta. Ciò perché abbiamo creato questo codice anti mafia e queste leggi di aggressione ai patrimoni mafiosi. Numeri alla mano, dal 2009-10 in avanti c’è stato non solo un aumento dei sequestri ma anche e soprattutto una gestione di questo beni. Perché il problema è che se un immobile lo lasci lì e non lo gestisci, se sequestri una società o un’azienda a Palermo e non la gestisci, se l’azienda poi fallisce il pensiero di chi perde il lavoro è: “si stava meglio quando c’era la mafia”. Noi siamo allora intervenuti per gestire il patrimonio; per darlo subito in gestione ai sindaci e alle associazione anti-racket; per dare il segnale che lo Stato c’è, che interviene e che mette subito a disposizione della collettività. Il modello Caserta l’ho inventato io. E cos’era il modello Caserta? Per 14 volti in tre anni sono andato a Caserta, riunendo le forze dell’ordine e la magistratura per contrastare la camorra in modo efficace. La mia soddisfazione è stata quella di incontrare gli imprenditori di Caserta che mi ringraziavano e dicevano: “adesso io decido di tornare a investire a Caserta invece di andarmene altrove, perché sento che lo Stato c’è”. E questo è il risultato più importante. L’altra cosa che ho fatto è l’agenzia nazionale per la gestione dei beni sequestrati e confiscati. Faccio solo un esempio: mi ricordo che spesso venivano sequestrate le auto di lusso dei boss mafiosi. Tu sequestravi un’auto e che si faceva dell’auto? Fino alla confisca, che poteva accadere dopo anni, la dovevo mettere in un deposito pagando il deposito. Quindi oltre al danno anche la beffa. Che poi quando la ritiravi dopo anni era da rottamare. Noi cosa abbiamo fatto? Abbiamo consentito alle forze di polizia di utilizzare subito l’auto, anche se non era confiscata, e era solo sequestrata. C’è il risultato di risparmiare, e un risultato ancora più importante che in quell’auto in un quartiere ad alta densità mafiosa fino al giorno prima girava un mafioso, ma il giorno dopo i cittadini vedevano gli uomini in divisa. Un segnale straordinariamente forte sull’efficacia della lotta alla mafia. Tutto questo i lo ho fatto e i miei successori lo hanno continuato, utilizzando gli strumenti che avevo messo a loro disposizione.roberto maroni copertina

Torniamo un attimo ai Social. Non usavo Twitter, non usavo Facebook, ha confessato. Invece la politica è oggi sempre più dominata sa un uso dei Social che tende a diventare direttamente abuso. Sta diventando un problema antropologico?
Non lo so. Mi rendo conto che è un modo di fare politica molto diverso da me. Da quello che succedeva quando io ero ministro: e parlo di 10 anni fa, non del secolo scorso! Come ho detto, io ho avuto il mio profilo Facebook e Twitter quando ho smesso di fare il ministro dell’Interno. Non per una scelta, ma perché non sentivo quell’esigenza lì. Mi ricordo che i miei dell’ufficio stampa mi dicevano sempre: ministro, mi raccomando, ci deve dare la notizia per le 18, così riusciamo a farla prendere nelle redazioni dei giornali e arriva nei telegiornali delle 20. Fino alle 18 quindi si poteva fare qualunque cosa. Oggi alle 8 del mattino c’è già una diretta Facebook di qualcuno. È un altro mondo. Va benissimo. non sono contro i social. Ci mancherebbe! Ma bisognerebbe evitare che poi tutta la politica divenga solo annuncio o polemica o commenti, e perda di vista la risoluzione dei problemi. E un po’ questo rischio c’è. Basta vedere la gestione della tragedia di Genova, del ponte Morandi. Come è andata e come sta andando. Si è privilegiata la polemica contro i Benetton, trovare il colpevole, e il decreto è stato fatto dopo due mesi invece che dopo due giorni. Questo è il rischio della politica di oggi.

Andiamo a due polemiche recentissime. Da una parte il delitto Desirèe Mariottini, su cui Potere al Popolo ha scritto: “Desirèe si drogava, aveva mentito alla nonna e se n’era andata a Roma a comprare droga, ma nella sciagura è stata fortunata perché pare l’abbiano stuprata e uccisa dei migranti; è stata fortunata perché, perlomeno, le viene riconosciuto lo status di vittima”. Dall’altra Valerio Verri, la guardia ecologica volontaria seconda vittima del killer serbo Norbert Feher alias “Igor il russo”, la cui figlia Francesca ha scritto su Facebook: “oggi lo Stato si è dimenticato di noi probabilmente perché Igor non ha la pelle nera”. “Siamo qui perché ha ucciso nostro padre assassinio che si poteva evitare. Siamo qui per assistere ad un processo in tv perché lo Stato non è riuscito a prenderlo e ha fatto altre vittime in Spagna. Allora il ministro Minniti ci fu comunque vicino”. Il dibattito è arrivato a questi livelli?
Ai miei tempi c’era una comunicazione unilaterale. Il governo comunicava, il ministro comunicava, e i cittadini ascoltavano dalle televisioni, o leggevano dai giornali. Adesso il mondo Social rende tutti attivi, tutti protagonisti. Chiunque può comunicare qualcosa che diventa noto a tutti, come allora non succedeva. A maggior ragione adesso chi fa politica, o meglio chi riveste ruoli istituzionali, deve resistere alla tentazione di correre dietro a queste cose e deve concentrarsi sui fatti. Oggi è più difficile. mi rendo conto, proprio perché ci sono tutte queste interferenze. Basta un comunicato, basta una dichiarazione per scatenare migliaia di “like”. Ecco: io credo che un leader deve rimanere leader. Non deve diventare follower, perché altrimenti perde la sua funzione. Ma questo è il rischio che c’è oggi.

Alcuni politologi spiegano la differenza tra le due parole arabe rais e zaim proprio in questo senso: chi guida il popolo, e chi invece gli va appresso…
Esatto, esatto, esatto! E il rischio oggi è questo qua. Bisogna riuscire a distinguere le situazioni e concentrarsi sulle cose da fare, sulle cose da dire.

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