Fact checking

Davvero Uber può far sapere a tutti dove vai?

Il vice presidente di Uber, Emil Michael, durante una conversazione con un editor di BuzzFeed ha espresso il suo interessa riguardo la possibilità di condurre ricerche e investigazioni su quei giornalisti che non scrivono in maniera lusinghiera sul servizio offerto da Uber. Le preoccupazioni di Michael pare siano scaturite dopo la pubblicazione di un pezzo di Sarah Lacy su Pando Daily il 22 ottobre scorso.
 
UBER E LE ESCORT
Sarah Lacy nel suo articolo annuncia di aver cancellato la app di Uber dal suo smartphone, stanca del modo in cui l’azienda di “taxi low cost” tratte il gentil sesso. Uber sarebbe una compagnia sessista che non rispetta le donne come persone ma anzi preferisce considerarle come oggetti. Quello di cui sta parlando è di un servizio “extra” offerto dalla sede Uber di Lione in collaborazione con un app chiamata “Avions de chasse”, un termine francese che significa letteralmente “aereo da combattimento” ma che in gergo viene usato per indicare le “belle fighe” e del quale vi abbiamo raccontato su NeXt. In un articolo uscito su Buzzfeed viene spiegato come funziona la promozione: al posto di un normale conducente l’acquirente avrebbe trovato al volante una Uber-modella che lo avrebbe “accompagnato” in giro. Ecco uno dei video di presentazione della app:

In pratica, scrive la Lacy, l’azienda incoraggia le donne che guidano le auto per Uber a fare qualche soldo in più facendo le prostitute le escort. Poco importa che la filiale di Lione abbia rapidamente rimosso il post in cui pubblicizzava la promozione con “Avion de chasse”; Uber è sessista. Questo però la Lacy non l’ha scritto solo sul blog, ma l’ha detto anche agli investitori della Silicon Valley con i quali si è incontrata. Un conto è cercare il massimo profitto, e di sicuro Uber è in grado di garantire un bel guadagno, ma è importante tenere conto anche della misoginia dell’industria della Valley. Un luogo che secondo Sara Lacy non è un paese per donne.
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UBER AFFITTA LA MACCHINA DEL FANGO
Per tentare di rimediare alla perdita di credibilità (e di denaro) allora Emil Michael avrebbe avuto la bella pensata di dare vita ad un team di giornalisti e investigatori con il compito di aiutare Uber a rispondere colpo su colpo alle accuse della stampa. In che modo? Andando a frugare nella vita privata dei reporter per dar loro un assaggio della loro stessa medicina. Durante la cena cui era presente il giornalista di Buzzfeed, Michael avrebbe espresso tutta la sua rabbia nei confronti di Sarah Lacy e del suo pezzo anti-Uber. Secondo il vice presidente della compagnia la macchina del fango di Uber sarebbe in grado di sporcare un po’ la reputazione della Lacy, pubblicando le prove di un non meglio specificato fatto della sua vita privata. Naturalmente una portavoce di Michael ha successivamente detto che quelle affermazioni erano prive di fondamento, che le ha fatte solo perché era frustrato dalla situazione e dalla accuse ingiuste mosse alla società. Ma ormai il danno era fatto e Lacy ha pubblicato un lungo articolo in cui riassume tutte le cattive pratiche di Uber, e pubblicando una lista di tutti gli investitori di Uber, manco stessero finanziando il Terzo Reich o l’ISIS. Nel frattempo Emil Michael, che non è stato licenziato dalla società, ha provato a mettersi in contatto con la Lacy per porgerle le sue scuse.
 
LE SCUSE SU TWITTER DEL CEO DI UBER
Travis Kalanick il CEO di Uber si è scusato su Twitter per il comportamento del suo vice presidente


I DUBBI SULLA PRIVACY DEGLI UTENTI
Le grane per Uber però non finiscono qui: una delle maggiori preoccupazioni, stando ai molti articoli apparsi in Rete è quella riguardante la privacy degli utenti del servizio. Ne parlano oggi, tra gli altri, Wired, Vox e il Washington Post. Come è facile immaginare quelli di Uber sono in grado di sapere molte cose riguardo ai loro utenti: tracciando i percorsi dei clienti abituali è infatti possibile scoprire le loro abitudini. Uber è infatti in grado di sapere chi ha affittato una macchina, per andare dove, e a che ora. E sembra anche che in qualche modo sia possibile dedurre per fare cosa. Un caso tipico è quello che Uber stessa definisce “Ride of Glory” (in contrapposizione con la Walk of Shame). Cosa sono le Ride of Glory? Analizzando le richieste di macchine nel fine settimana Uber è riuscita a individuare un pattern: quello delle persone che usano Uber tra le 10 di sera del venerdì e le 4 di mattina del sabato. Incrociando questi dati con le destinazioni (e il tempo di permanenza nelle destinazioni) Uber è in grado di “vedere” quali clienti vanno nei quartieri a luci rosse. Perché le Ride of Glory non sono altro che le notti “brave” o quelle in cui i clienti di Uber sono anche clienti di locali a luci rosse o prostitute. Ma non solo, una “breve visita notturna” potrebbe anche indicare che si sta facendo visita al proprio amante. Dal punto di vista dell’analisi dei trend è un discorso interessante, Uber stesso contrappone il vecchio concetto di Walk of Shame al nuovo Ride of Glory. Vergogna contro gloria, camminata che ci espone allo sguardo dei passanti contro comoda corsa in auto. Che ci espone solo allo sguardo di Uber. Uno sguardo che non è assolutamente neutrale. Ed anche se oggi Uber ha cambiato la sua privacy policy rimane il problema che la società ha la possibilità di fare (è bene dirlo come altre società che operano sul Web) profiling dei suoi clienti, che, utilizzando il servizio, cedono una parte del controllo sui propri dati personali.
La God View di Uber (Fonte: Buzfeed.com)
La God View di Uber (Fonte: Buzfeed.com)

 
GOD VIEW
Ha fatto molto scalpore qualche tempo fa il racconto di un cliente di Uber (non uno qualsiasi ma Peter Sims) che ha ricevuto una chiamata da un numero sconosciuto proprio durante una corsa. La telefonata era da parte di uno degli impiegati di Uber: c’era un party nell’ufficio e stavano seguendo la corsa di Sims su un maxi schermo. La corsa veniva monitorata grazie a God View, un sistema (interno alla compagnia) che consente di tracciare tutte le corse di Uber in un dato momento all’interno di un’area specifica. Finché i dati rimangono in qualche modo anonimi (ovvero non è possibile sapere chi è a bordo della macchina) la cosa può anche avere senso: serve a monitorare la qualità del servizio. Ma se gli impiegati hanno la possibilità di accedere ai singoli profili degli utenti (e ai loro numeri di telefono) la cosa si fa davvero creepy. È quello che è successo a una giornalista di Buzzfeed, Johana Bhuiyan, che stava andando ad un incontro con Josh Mohrer il general manager di Uber per l’area di New York. Al suo arrivo Mohrer ha detto alla giornalista (che aveva usato Uber per arrivare all’appuntamento) che aveva fatto il tracking della sua corsa. Naturalmente senza il consenso dell’interessata. Al di là del fatto che anche questa volta qualcuno a Uber ha “messo sotto controllo” una giornalista, è preoccupante il fatto che i dipendenti di Uber possano aver accesso ai log delle transazioni dei clienti senza alcun rispetto per la privacy e senza dover chiedere il consenso. Si ripete e si sente ripetere sempre che il successo del business in sull’Internets è basato anche su uno dei principi fondativi della Rete: ovvero la fiducia. Le società commerciali non possono però continuare a pretendere che la fiducia degli utenti sia incondizionata né che sia una cosa scontata.