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Tre scenari di accordi per la Brexit

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La prima domanda che tutti i politici europei, soprattutto quelli britannici, si stanno facendo è: come fare uscire il Regno Unito dall’Unione Europea con il minor danno possibile? La seconda, altrettanto importante invece riguarda un problema tutt’altro che secondario: ovvero il futuro delle relazioni tra UE e UK e la definizione del nuovo rapporto tra Unione e Regno Unito. Nel frattempo Boris Johnson e Nigel Farage – ovvero i due principali fautori della Brexit – scaricano la patata bollente nelle mani dei loro avversari, il primo rinunciando a correre per la leadership dei Tory il secondo ritirandosi dalla politica e dimettendosi da leader dell’UKIP.

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Fonte: Il Sole 24 ore del 04/07/2016

I modelli di accordi già esistenti

Contrariamente a quanto sperano i quasi sedici milioni di britanni che hanno votato Remain al referendum del 23 giugno la decisione di lasciare l’Unione Europea è ormai stata presa e deve solo essere ratificata dal Parlamento. È vero che il referendum ha solo valore consultivo, pertanto non è vincolante, ma c’è da tenere in considerazione che solo dei politici che volessero essere condannati a non governare più il Paese potrebbero ribaltare il risultato referendario. Inoltre bisogna ricordare che tutti i candidati alla leadership del partito conservatore e quindi i futuri successori di Cameron alla guida del Regno Unito sono a favore dell’applicazione dell’Articolo 50 del Trattato di Lisbona. Ad esempio di recente la ministra dell’energia Andrea Leadsom, che è considerata la candidata che ha più possibilità di ottenere l’investitura del partito, ha detto che per la Brexit ci vogliono tempi celeri, e che tutto potrebbe essere deciso da un Act of Parliament, ovvero dall’approvazione di una legge che potrebbe far uscire il Regno Unito dalla UE già entro la prossima primavera. il che vorrebbe dire eventualmente avviare i negoziati per il distacco dall’Unione entro dicembre 2016. Ci sarà abbastanza tempo per negoziare tutti i dettagli? Il Regno Unito è il quarto paese, dopo Germania, Francia e Italia, a livello di contributi al bilancio dell’Unione Europea e attualmente versa all’incirca 11 miliardi di euro per il mantenimento della casa comune ricevendone in cambio all’incirca 5 miliardi e mezzo il che fa dell’Inghilterra il paese europeo più “generoso” dopo la Germania nei confronti del budget della UE. È evidente però che oltre al mero calcolo economico dei trasferimenti per valutare quanto sia conveniente rimanere all’interno dell’Unione si debbano valutare anche altri fattori garantiti a Londra dalla sua permanenza nell’Unione. Tra questi i principali sono tre: il fatto di fare parte di un’area di libero scambio e di poter contrattare accordi commerciali con altri paesi o organizzazioni ( (Canada, USA o Organizzazione mondiale del commercio) facendosi forza del peso economico e politico dell’Unione; la libera circolazione delle persone all’interno degli spazi europei ed infine il famoso passaporto finanziario europeo che consente alle istituzioni finanziarie della City di operare sul Continente e grazie al quale Londra è diventata la principale piazza finanziaria europea (e la seconda al mondo dopo New York). Non ci sono molte opzioni a disposizione, il che potrebbe semplificare le trattative; quella più accreditata prevede che il Regno Unito allo Spazio Economico Europeo (SEE) sulla falsariga degli accordi stipulati con Islanda e Norvegia. Un accordo di questo genere consentirebbe agli inglesi di poter esportare le proprie merci nei paesi europei (e viceversa) con il pagamento di una quota annua ridotta. In base all’entità dei trasferimenti da Londra a Bruxelles i britannici potranno ottenere anche la partecipazione a diversi progetti europei (con i relativi finanziamenti). È probabile però che Bruxelles chieda come contropartita la garanzia della libera circolazione dei cittadini dell’Unione in Regno Unito, il che potrebbe costituire un ostacolo visto che la lotta all’immigrazione europea era uno dei capisaldi del – dissolto – fronte pro-Leave. Altra possibilità invece è che il Regno Unito torni a far parte dell’EFTA (European free trade association/Associazione europea di libero scambio) della quale fanno attualmente parte Norvegia, Islanda, Liechtenstein e Svizzera. All’interno dell’EFTA il Regno Unito potrebbe negoziare accordi con l’Unione e altri partner commerciali da una posizione più forte ma che non garantirebbe l’accesso ai finanziamenti europei.
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L’accordo “su misura”

Di maggiore impatto e sicuramente più conveniente sarebbe la negoziazione di un accordo su misura che salvaguardi maggiormente gli interessi finanziari della City. Londra teme infatti di perdere il suo status privilegiato che le consente di operare sui mercati europei. Le grandi multinazionali stanno già facendo dei piani per delocalizzare le loro sedi a Dublino o in Lussemburgo per poter continuare a far affari all’interno dell’Unione. Il rischio è quello di far avvizzire il centro finanziario del Continente e a molti fa gola il giro d’affari generato dai mercanti della City. E del resto anche in Regno Unito un’eventuale tramonto della City potrebbe avere serie ripercussioni, al di là dei posti di lavoro persi (e dell’indotto) stiamo parlando di un’area che genera il 10% del PIL nazionale e dalla quale proviene il 12% degli introiti fiscali. Il problema è che per garantire a Londra di rimanere il cuore pulsante della finanza europea sarebbero necessarie lunghe e complicate trattative durante le quali il Governo britannico dovrà per forza di cose cedere qualcosa. Il che però richiederà tempo e non potrà essere senza dubbio ottenuto entro la prossima primavera come dice la Leadsom. Naturalmente è assai improbabile che Londra perda il suo status attuale nel breve periodo ma sicuramente una volta che verrà raggiunta un’intesa sulla Brexit le cose saranno destinate a cambiare, del resto altre piazze finanziarie europee, come Parigi e Francoforte, si sono già fatte avanti per raccogliere l’eredità – e soprattutto i capitali – in fuga dalla City. Durante i negoziati che si dovranno per forza di cose tenere il ruolo della City all’interno del panorama economico e finanziario europeo sarà senza dubbio l’arma finale in mano ai politici europei. Se i britannici vorranno continuare a essere rilevanti sul mercato finanziario dovranno per forza di cose cedere una parte consistente della loro sovranità, sul piatto ci sono la libera circolazione dei cittadini europei e la questione dei regolamenti comunitari che il Regno Unito dovrà continuare a rispettare. In definitiva per gli inglesi non sarà difficile accorgersi che “si stava meglio prima”.