Opinioni

Tra i due litiganti il Tria gode

Tra le anime morte del pactum sceleris Trota-Spelacchio, tra i basilischi della burocrazia e tra il generone arrembante giallo-verde, tutti dediti a fiutare spasmodicamente gli olezzi che promanano dai colli romani, si registra con angoscia un fenomeno inatteso. Mentre il proscenio del pollaio mediatico è dominato dal galletto padano e Giggino cerca di intuire come si aprono le e-mail, il potere che conta si va aggregando e modellando quatto quatto sul triangolo Mattarella-Conte-Tria.

I tre hanno compreso di essere stati catapultati in una gabbia di squilibrati, in balia di dinamiche incontrollabili. Per venirne fuori senza danni irreparabili occorre dispiegare tutta l’astuzia della serpe che solo lunghi anni di subdole stilettate nei corridoi e congiure nei sottoscala bui dell’Accademia italiana possono conferire ed affinare. Sino a superare in perfidia quella dei politici adusi alle compravendite di consenso incistati nei gangli del potere. Figurarsi quella di due spiantati, senza esperienza di mondo, dediti a beccarsi sui social, che sgomitano credendo di contare qualcosa.

luigi di maio giovanni tria

Quindi – come narra oggi il retroscena di Verderami sul Corriere Tria, che adunghia i cordoni della borsa e può bucare i palloncini gonfi di promesse elettorali, si immunizza contro la Sindrome di Stoccolma con duplice mossa da consumato boiardo: astenendosi dagli incontri con i colleghi di gabinetto e inscenando un elaborato minuetto con Conte. Secondo sussurri e grida di Palazzo, Di Maio e Salvini si incontrano con Conte, che poi informa Tria, il quale valuta e affida la risposta a Conte che infine riferisce ai suoi due vice (apparentemente senza ridere). Insomma a via XX settembre sulle decisioni chiave, sui numeri e soprattutto sulle nomine si adotta una strategia che coniuga la Tela di Penelope con la scelta di Bertoldo sull’albero a cui farsi impiccare.

Quanto sia davvero solido il triangolo e quanto efficace la strategia, lo verificheremo a settembre, quando partirà la giostra parlamentare della Legge di Stabilità. Se Mattarella, Conte e Tria opporranno una Maginot di realismo alle fanfaronate, i cacicchi che sentono in poppa il vento del 4 marzo, dovranno, a cresta bassa, confessare alle moltitudini turlupinate che la flat tax o il reddito di cittadinanza erano la patetica messa in scena di un’accozzaglia balorda.
Nel frattempo un assaggio verrà fornito dalla partita delle nomine nei posti chiave del sottobosco ministeriale (e in Rai).

Se prevarranno gli invasati Savona toy boys, alla forsennata ricerca del pretesto per far deragliare l’euro, presto il triangolo galleggerà qual relitto di barcone nel Canal di Sicilia. Se invece ai vertici del Tesoro, della CdP e della Ragioneria Generale arriveranno solidi professionisti, scevri da timori reverenziali e invulnerabli ai tweet, i Proci dovranno attendere e il collo di Bertoldo rimarrà intatto.

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Fabio Scacciavillani

Fabio Scacciavillani dopo aver conseguito il Ph.D. in Economia all’Università di Chicago (dove è stato assistente del Premio Nobel Merton Miller), ha lavorato al Fondo Monetario Internazionale, alla Banca Centrale Europea (nel periodo pioneristico dell’unione monetaria), a Goldman Sachs, al Centro Finanziario Internazionale di Dubai e in Confindustria. Attualmente è il Capo della Strategia del fondo sovrano dell’Oman che gestisce i proventi delle esportazioni petrolifere del Sultanato. Nelle pubblicazioni e nell'attività professionale si è concentrato su tassi di cambio, politica monetaria, riforme strutturali e mercati finanziari. E’ ospite fisso su Bloomberg TV ed editorialista del Fatto Quotidiano. Ha scritto “Tremonti: Il Timoniere del Titanic” con Giampiero Castellotti e “The New Economics of Sovereign Wealtyh Funds” con Massimiliano Castelli.