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Il senso di Giorgia Meloni per la libertà di insultare Carola Rackete

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I legali della comandante della Sea Watch 3 Carola Rackete hanno annunciato che domani sarà presentata alla Procura di Rom una denuncia per diffamazione e istigazione a delinquere contro il ministro dell’Interno, Matteo Salvini. Nella denuncia i legali della Rackete chiedono il sequestro dei profili Facebook e Twitter riconducibili al Capitano e di altri social “propalanti messaggi d’odio”. Cos’ha capito in tutto questo Giorgia Meloni? Che la Rackete vuole “mettere a tacere” Salvini.

Scatenare l’odio contro una persona non è libertà d’espressione

In un post pubblicato su Facebook  la leader di Fratelli d’Italia confonde la libertà di espressione con quella di scatenare la gogna mediatica e gli insulti e scrive: «inaccettabile attacco alla libertà di espressione da parte delle solite truppe immigrazioniste». Secondo la Meloni l’opinione di quelli come la comandante della Sea Watch è  che «chiunque si schieri contro l’immigrazione di massa dovrebbe essere censurato e messo nelle condizioni di non esprimere il suo pensiero». Ora se il pensiero di Salvini si riduce a dire che una che salva migranti è una “sbruffoncella” ne possiamo fare tranquillamente a meno. Così come possiamo fare a meno di chi definisce – senza prove – “vicescafisti” le navi delle Ong.

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Ma secondo la Meloni questo è un «episodio gravissimo che dimostra l’arroganza di chi è convinto di poter dettare legge a casa nostra». Ma esattamente cosa è un episodio gravissimo, addirittura un attacco alla nostra democrazia? Perché l’ultima volta che abbiamo controllato era ancora possibile querelare un membro del Parlamento o un ministro della Repubblica. In fondo loro lo fanno regolarmente nei confronti di giornalisti e cittadini. Che al contrario di loro non possono nemmeno invocare l’insindacabilità, come sono soliti fare i nostri rappresentati eletti.

I patridioti che non hanno capito cosa è successo (perché qualcuno li ha disinformati)

Perché il fatto importante è la denuncia per diffamazione e per istigazione a delinquere. Che – come tutte le denunce – non significa sostanzialmente nulla finché non viene avviata un’azione penale. Il che non è nemmeno detto che accada perché la magistratura, che in queste ore i fan di Salvini e della Meloni sono tornati ad attaccare, può benissimo decidere che non c’è alcun reato e che l’indagine può essere archiviata. Di converso può dare ragione alla denunciante, ma non perché così vogliono i sinistri e i buonisti ma perché così prevede la legge. E se la legge non va bene chi è in Parlamento può sempre darsi da fare per cambiarla.

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Che Salvini usi i social per insultare e scatenare la bestia dell’odio dei suoi seguaci contro particolari “nemici” (quasi sempre donne) è un dato di fatto. Come è un dato di fatto che quando lo minacciano di azioni legali è rapido nel rimuovere le foto incriminate. E Salvini non è il solo, anche il deputato leghista Alex Bazzaro si è distinto in queste ultime settimane per la sua capacità di mettere alla gogna alcune partecipanti del Pride. È un atto di censura chiedere che un ministro della Repubblica si comporti in maniera onorevole?

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Eppure il popolo di Salvini e quello della Meloni non ha capito la questione ed è tutto un fiorire di commenti su “come si permette questa di dettare legge a casa nostra”. Oppure “chi gli permette di accusare un ministro italiano”, quasi che i ministri fossero intoccabili e al di sopra della legge. C’è addirittura un genio che mentre ci si lamenta dell’ignobile censura (che non esiste) porta come esempio da seguire quel faro della democrazia che è la Corea del Nord, un Paese dove non c’è nemmeno la possibilità di andare su Facebook, figuriamoci di andare ad insultare. La colpa ovviamente è dei giudici, grazie ai quali “chiunque può venire in Italia a fare quello che vuole in più vogliono dettare legge”. Insomma basta dire che siccome una ha intenzione di presentare denuncia allora sta censurando (e allora Salvini quando minaccia querele – e poi le perde – cosa sta facendo?).

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E dal momento che in questi mesi è passata l’idea che si possa governare una Nazione dal telefonino a colpi di Facebook e da Twitter naturalmente c’è chi ritiene che pretendere un po’ di moderazione da Salvini sia qualcosa di inaudito. Anzi: un attacco alle nostre istituzioni. Che per fortuna esistono anche senza social. Prima o poi qualcuno chiederà conto a questi politici della disinformazione che mettono online, la stessa che porta questi sovranari a interrogarsi sulla natura del diritto e a darsi risposte senza senso come quelle qui sopra. A chi giova?

 

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