Opinioni

Le fregnacce di Giorgia Meloni sui “citofoni pubblici” delle case popolari

Ieri Giorgia Meloni a Otto e Mezzo da Lilli Gruber ha difeso Marco Lisei e Galeazzo Bignami, autori del video-gogna poi stranamente cancellato in cui mostravano i citofoni delle famiglie straniere che hanno un alloggio popolare alla Bolognina. “Io trovo una forzatura tutto questo, i citofoni sono pubblici eh? Lo diciamo sommessamente”, ha detto la Meloni, continuando: “Nessuno ha detto che occupano abusivamente, il tema non sono gli stranieri, sono gli strumenti e le graduatorie di accesso per le case popolari che in molte realtà discriminano gli italiani”.

Quanto affermato da Meloni non sta in cielo né in terra. Innanzitutto nel video il suo stesso deputato Bignami, che è persino avvocato, la pensava diversamente quando diceva «ci diranno che stiamo violando la privacy, ma non ce ne frega assolutamente nulla, perché se stai in un alloggio popolare e c’è il tuo nome sul campanello bisogna che ti metta nell’ottica che poi qualcuno può andare a vedere», visto che quegli edifici «sono stati costruiti dai nostri padri e dai nostri nonni». Ma chi ha ragione? E cosa ha stabilito il Garante?

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Un estratto della graduatoria ACER per Bologna

Partiamo dall’inizio, nel video vengono inquadrati i citofoni e letti ad alta voce i nomi dei cittadini stranieri (sul fatto che lo siano effettivamente però non c’è alcuna certezza) che vivono negli alloggi dell’ACER (Azienda Casa Emilia Romagna) di Bologna. Bignami dice i nomi e i cognomi dei beneficiari sono già pubblici ma dimentica di ricordare che sui campanelli non c’è solo il nome dell’assegnatario ma anche quello del coniuge, che invece non è pubblico. Per quanto riguarda l’ACER poi basta leggere la graduatoria pubblicata sul sito per scoprire che i dati sono anonimizzati: l’identificativo è il numero di domanda dal quale non è possibile risalire all’identità dell’eventuale assegnatario.

Il Garante nelle linee guida in materia di trattamento di dati personali per finalità di pubblicazione e diffusione di atti e documenti di enti locali consente (ed alcuni Comuni infatti lo fanno) la pubblicazione dei nominativi degli assegnatari «corredati dalle informazioni necessarie a renderli identificabili (data di nascita, punteggio finale per l´assegnazione)». Il Garante però scrive anche che la graduatoria «non deve quindi contenere ulteriori dati personali contrastanti con il richiamato principio di pertinenza e non eccedenza, fermo restando il divieto di pubblicare dati idonei a rivelare lo stato di salute». Ed è per questo che anche laddove i nomi e i cognomi dei partecipanti al bando vengono pubblicati non viene indicato quale alloggio, a quale indirizzo e quale interno sia stato assegnato. Inutile poi sottolineare come chi presenta la domanda ha dato l’autorizzazione alla diffusione dei propri dati all’azienda che gestisce l’edilizia residenziale pubblica e non a chiunque passi per strada.

ignami ha chiesto «perché a Bologna il 60% degli alloggi popolari viene dato ogni anno a non italiani?». A rispondere a questa domanda sull’edizione bolognese di Repubblica è il presidente dell’ACER Alessandro Alberani che smentisce i numeri dati da Fratelli d’Italia: «Non è vero niente. Attualmente il 78,95% degli assegnatari dei 28 mila edifici di edilizia pubblica sono italiani». Nessun assedio quindi da parte degli stranieri anche perché «per ottenere una casa bisogna avere la residenza da almeno tre anni. E poi si considerano l’Isee e il numero di familiari».

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Galeazzo Bignami (al centro) con Giorgia Meloni e Marco Lisei

C’è poi da sottolineare, come spiegava LaVoce.info qualche tempo fa, che un conto sono le domande presentate un altro sono gli alloggi effettivamente assegnati. Ed è vero che i residenti di origine straniera presentano più domande, ma la spiegazione è semplice: sono più poveri, hanno un reddito più basso, a differenza degli italiani la percentuale di stranieri con una casa di proprietà è molto basso così come non dispongono di una rete familiare in grado di aiutarli quando sono in difficoltà (e per ottenere un alloggio popolare bisogna essere in difficoltà). Invece che chiedersi come mai ci sono così tanti stranieri (il numero reale è molto più basso di quello che vorrebbero far credere) nelle case popolari FdI potrebbe interrogarsi sul perché i cittadini stranieri sono mediamente più poveri. E non c’è alcun “sopruso” nell’assegnare un appartamento ad uno con il cognome straniero: del resto è la Costituzione a stabilire che la nostra Repubblica tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso , di razza, di lingua, di religione , di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali. E tra i criteri per l’assegnazione delle case popolari, ha commentato la deputata PD Giuditta Pini, «non risultano nazionalità e colore della pelle».

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