La macchina del funky

È Franceschini il Conte Ugolino di Renzi

dario franceschini matteo renzi

Con quella faccia da “Sono io, Coccolino” non te lo aspetteresti proprio. Eppure, scrive oggi Monica Guerzoni sul Corriere della Sera, era Dario Franceschini l’obiettivo di Renzi quando parlava nella direzione PD di ieri di chi nel suo partito cercava di divorarlo come il Conte Ugolino.

Ma non è certo Richetti il vero obiettivo degli strali di Renzi, convinto che l’altro Matteo — come Graziano Delrio — gli resteranno fedeli anche nella cattiva sorte. Se l’ex sindaco di Firenze ha alzato (e di molto) i toni con i suoi è perché non ha voglia alcuna di finire come Prodi e Veltroni, divorato dal proprio partito. «La strategia del Conte Ugolino non funziona» ha ammonito il segretario e mentre alcuni sguardi cadevano su Massimo D’Alema, tornato dopo tanto in direzione, altri cercavano Dario Franceschini. Per due anni il ministro si è concentrato solo sulla Cultura, ma da qualche settimana il suo ritrovato attivismo ha dato nell’occhio a Palazzo Chigi.
La cena con Giacomelli, Fassino, Sereni, Zanda e gli altri? Il governo del presidente per fare una nuova legge elettorale? Il legame dell’ex segretario del Pd con il Quirinale? Ricostruzioni e voci che Renzi non cita, ma che forse ha chiare quando scandisce il suo avviso ai naviganti: «La stagione in cui qualcuno dall’alto della sua intelligenza si diverte ad abbattere il leader è finita». E ancora: «Radio Transatlantico dice che i renziani dell’ultima ora scendono dal carro… Quando cercheranno di risalire troveranno occupato». Il messaggio è chiaro, posto per tutti nel prossimo Parlamento non ce n’è.

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L’attivismo di Franceschini sulla legge elettorale è molto sospetto, per il premier:

Nessuno è garantito, nemmeno i renziani del giro ristretto. Anche perché la scuola di formazione politica, Classe democratica, è stata un successo e a settembre si replica. Il leader avrebbe già adocchiato tra gli studenti della prima edizione qualche decina di giovani promesse, da schierare in lista alle politiche. E altri volti nuovi arriveranno dai comitati per il si al referendum. Occhio alla poltrona, è dunque il messaggio «ai renziani o presunti tali». Quando Franceschini ha preso la parola, ai delegati non è sfuggita la rinnovata promessa di lealtà al premier.
Resta il fatto che il ministro della Cultura è il primo pezzo grosso del partito e del governo a chiedere pubblicamente di cambiare la legge elettorale, come fanno ormai da mesi la minoranza di Bersani, gli azzurri di Berlusconi e i centristi di Alfano e Casini. Per quanto Franceschini abbia gettato acqua sul fuoco spostando l’obiettivo al dopo—referendum, la novità è stata colta al volo anche dalle opposizioni. «Franceschini ha detto a Renzi “cambia l’Italicum o ti faccio cadere”» è la sintesi brutale dell’azzurra Laura Ravetto sul posizionamento del ministro.

Il problema però è che Franceschini e i suoi hanno già dato l’ok alle ipotesi di modifica dell’Italicum che erano circolate nella scorsa settimana dopo lo stop di Renzi. Impossibile che Franceschini arrivi a minacciare Renzi come immagina la Ravetto, se non altro perché una figura politica come la sua è allergica a questo tipo di ricatti (e gliene mancherebbe anche la personalità). Ma questa è una nuova gatta da pelare per Renzi dopo quella delle banche italiane.