Opinioni

Cos’è l’Amore

In queste due ultime settimane ho iniziato a riprendere il ritmo di vita pre-covid e quindi ho viaggiato molto. L’unico modo per non perdere tempo in treno e in aereo è leggere un buon libro. Viaggiando verso Catania mi sono riletto il Simposio di Platone. Ora il Simposio è un classico e come diceva Calvino i classici sono libri che si rileggono sempre e non si leggono mai, In realtà l’avevo letto (anzi me l’avevano fatto leggere) quando ero al liceo. Mi ricordo che non concordavo assolutamente con quando aveva scritto Platone. Allora ero giovane, romantico (fin troppo) e con gli ormoni a mille. Ero più vicino agli stilnovisti (che idealizzavano la loro dama) piuttosto che a Platone che sosteneva che l’amore non è necessariamente buono né bello. Adesso, rileggendolo, mi son reso conto delle profonde verità espresse nel dialogo.

cos'è l'amore

La trama del dialogo di Platone è molto semplice. Durante un banchetto, alcuni amici si mettono a parlare di cosa sia l’Eros. Tutti credono di sapere bene cosa sia, perché tutti ne avevano avuto a che fare con lui. I primi interventi sono più che condivisibili (almeno così mi pareva quando ero studente del liceo) Inizia a parlare Fedro. Molti gli spunti interessanti. Ad esempio la superiorità di chi ama rispetto a chi è amato. Conclude dicendo «Così io sostengo che Amore è il più antico fra gli dei, il più meritevole di onore e quello che è più padrone di spingere gli uomini, da vivi e da morti, all’acquisto della virtù e della felicità.». Prosegue Pausania che distingue fra due amori: quello “volgare” e quello “celeste”. L’amore volgare è volto ad amare i corpi più che le anime. quello celeste, invece, trascende la fisicità e si fa guida verso un elevato sentire. Il terzo è Erissimaco che considera l’amore un fenomeno del tutto naturale e ne distingue gli aspetti normali (quelli armonici, misurati) da quelli morbosi.

Con Aristofane (il quarto a parlare) iniziavano i miei dubbi giovanili. Infatti Aristofane racconta il mito dell’essere androgino. All’origine del mondo, gli esseri umani erano differenti dagli attuali, formati da due degli umani attuali congiunti tramite la parte frontale (pancia e petto). La forma degli uomini era inoltre circolare: quattro mani, quattro gambe, due volti su una sola testa, quattro orecchie, due organi genitali etc etc. Questa natura doppia fu cancellala da Zeus, il quale tagliò a metà questi esseri per la loro ubris (tracotanza). Queste metà cercano per tutta la loro vita l’altra metà con cui formavano l’essere androgino. E solo se trovano l’altra metà androgina riescono ad essere felici. Quindi Aristofane conclude che «il nome d’amore dunque è dato per il desiderio e l’aspirazione all’intero.» Come? Niente amore puro? Niente amore cavalleresco? L’amore è ridotto ad essere solo un completamento di noi stessi!!! E’ come se fossimo un diamante con tante facce e cercassimo solo “qualcosa” che combaciasse bene con le nostre. Punto e basta…e come si conciliava con le mie idee romantiche di amor cortese? Certo questa idea dava una spiegazione ai colpi di fulmine, agli innamoramenti ed attrazioni subitanei. Uno incontra l’altra metà (per il mito anche in senso letterale) per caso, in treno, facendo una passeggiata, in aula, etc e non può più fare a meno di lui perché sente che è lui, solamente lui, la sua metà.

Il quinto a parlare è Agatone e, dopo la parentesi di Aristofane, le idee di Platone ritornavano a combaciare perfettamente con le mie. Infatti Agatone definisce Amore il dio più bello e più nobile «La cosa più grande è che Amore non fa ingiustizia né la subisce da parte di un dio né contro un dio, né da parte di un uomo, né contro un uomo; né egli soffre per violenza, se pure prova qualche sofferenza, perché la violenza non si attacca ad Amore; né quando agisce, agisce con violenza, perché ognuno volentieri in tutto serve ad Amore e le cose che mettono d’accordo chi lo desidera con chi lo desidera, le leggi regine della città dicono che è giusto.»
Ma ecco che si conclude il dialogo Socrate dice che Eros non è altro che l’attrazione verso le cose di cui sentiamo la mancanza. Questa intuizione di Socrate è sviluppata dalla sacerdotessa Diotima che dice che Eros non è né bello né buono e racconta il mito di Poros (l’inganno, lo stratagemma) e Penia (la povertà e la mancanza). Eros fu concepito da Penia che approfittò di Poros che si era ubriacato ad una festa in onore di Afrodite. Gli uomini in Amore vedono solo il lato più bello perché viene identificato con l’amato e non con l’amante: il primo è delicato, compiuto, il secondo invece è roso dal desiderio di conquistare l’amato Ma qual è la molla che spinge l’amante verso l’amato?

L’attrazione della bellezza può essere uno stadio, ma non se è fine a sé stessa: tra gli uomini chi è fertile nel corpo è attratto dalla donna e cerca la felicità nella discendenza della prole e nella continuità, chi invece è fertile nell’ anima cerca un’anima bella a cui unire la propria, e può creare con questa una comunanza più profonda di quella che si può avere con i figli. Su questo piano chi ama riuscirà «a capire che tutto il bello che riguarda il corpo è cosa ben da poco». Di conseguenza l’amante desidera che l’amato divenga suo per sempre. Inoltre noi uomini abbiamo la penia della vita eterna e si desidera, sopra ogni altra cosa l’immortalità. L’unico modo per ottenere ciò è la procreazione del bello nel corpo e nell’ anima. In questo senso, il bene porta l’uomo a riprodursi e il bello stimola la generazione, la contemplazione dell’Assoluto. Come può l’amore non essere per sua natura bello? Come può essere figlio della povertà e dei mezzucci? A 18 anni non potevo accettare questa conclusione. A 60 anni, invece mi sono convinto che l’amore nasce, proprio e solo, dalla mancanza. Sentiamo che ci manca qualcosa e vogliamo prenderne possesso.

E più non ci riusciamo a prendere possesso dell’amata e più ne siamo attratti, fino a divenire un’ossessione. Il desiderio di conquistare, possedere, avere la persona amata ci fa impazzire, ci spinge ad usare stratagemmi, ad articolare piani. Giustamente Oscar Wilde diceva che “L’unico modo per resistere ad una tentazione è cedervi”. Infatti il modo migliore per non essere ossessionati da una tentazione, è demistificarla. Togliere l’attrazione fatale della sua irraggiungibilità. Più lottiamo contro l’oggetto da cui siamo attratti e più la voglia di tale oggetto entra nella nostra mente. Lo pensiamo ogni momento, ne sentiamo la mancanza. Ecco l’amore è rinfocolato dalla mancanza dell’amato. Si capisce quanto si ama una persona, quando è sempre nella nostra mente anche se non è vicina a noi. Quando ci rendiamo conto che faremmo di tutto pur di averla con noi. Quanto era profondo Platone/Socrate e quanto ero ingenuo e superficiale io al Liceo per non capire questa verità così grande e così assoluta.

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Vincenzo Vespri

Vincenzo Vespri è professore di matematica all’Università degli Studi di Firenze Oltre ad essere un professore universitario di Matematica che vede con sgomento l'università italiana andare sempre più alla deriva, sono anche un valutatore di progetti scientifici ed industriali (sia a livello italiano che europeo). Vedere nuove idee, vedere imprese che nascono, vedere giovani imprenditori che per realizzare le proprie idee combattono fatiche di Sisifo contro il sistema paleo-burocratico e sclerotizzato, è un' esperienza tipo Blade Runner: " Io ne ho viste cose che voi umani non potreste immaginarvi: navi da combattimento in fiamme al largo dei bastioni di Orione, e ho visto i raggi B balenare nel buio vicino alle porte di Tannhäuser".