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Cosa vuole bruciare Renzi con il lanciafiamme?

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Ha fatto scalpore la frase sul lanciafiamme pronunciata da Matteo Renzi ieri sera a Otto e 1/2: i problemi nel Pd “ci sono”, come segretario “me ne devo assumere la responsabilità”, e dunque “subito dopo i ballottaggi entro nel partito con il lanciafiamme“, ha detto il premier. Ma con chi o con cosa ce l’aveva?

Cosa vuole bruciare Renzi con il lanciafiamme?

Renzi ha pronunciato la frase dopo aver visto il punto di Paolo Pagliaro, che ieri è stato quasi esclusivamente dedicato a illustrare i contenuti di un articolo firmato da Simone Canettieri per il Messaggero nel quale si raccontava il voto a Roma per il Partito Democratico e la ripartizione tra le varie correnti del partito capitolino. Nel pezzo in primo luogo si contavano i morti e i feriti, ovvero i settantamila voti in meno presi dal PD rispetto al 2013, e poi si parlava di come erano distribuiti. Sottolineando in primo luogo che i Turborenziani guidati da Paolo Gentiloni e dalla deputata Lorenza Bonaccorsi non hanno sfondato (per Gentiloni si tratta di un bis: mediocri i suoi risultati anche all’epoca della candidatura alle primarie per il sindaco tre anni fa). Male anche i Giovani Turchi nonostante il loro Lìder Maximo, Matteo Orfini, abbia gestito da commissario il tentativo (evidentemente fallito) di fare pulizia dei capibastone PD tra chiusura di circoli e caccia ai signori delle tessere.

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L’articolo che ha fatto tirare fuori il lanciafiamme a Renzi (Il Messaggero, 8 giugno 2016)

A uscire vincitori dalla partita sono invece i franceschiniani e gli zingarettiani, che oggi sono renziani ma che provengono da storie diverse (la DC il ministro dei Beni Culturali e il PCI il governatore), mentre anche la minoranza PD, con a capo Goffredo Bettini, lascia tanti voti per strada: la fine dell’impero di Umberto Marroni e Micaela Campana che adesso fanno parte della corrente Sinistra e cambiamento del ministro Martina. E un fallimento si registra anche nella componente della società civile:
 

 Il flop più clamoroso è quello di Piera Levi Montalcini, la nipote del nobel Rita e capolista, si è fermata a 1.188. E’ andato male anche mister Tappami, alias Cristiano Davoli, famoso per i suoi interventi spontanei nelle strade di Roma a caccia di buche: 1.126 preferenze. Non ha brillato nemmeno Paola Concia: l’ex parlamentare, paladina dei diritti Lgbt, entrerebbe in Aula Giulio Cesare solo in caso di «miracolo» di Giachetti al secondo turno. E’ mancata la mobilitazione o il Pd senza capibastone non intercetta più i voti in fuga verso il M5S? E il rifiuto delle periferie? Sono queste le domande che ronzano in questi giorni di trincea nelle teste del dirigenti e candidati Pd.
Chi non è andata male nei quartieri lontani dal centro storico, invece, è stata Michela Di Biase, moglie del ministro Dario Franceschini, regina di preferenze (5.186), l’unica consigliere uscente in grado di aumentare il bottino personale di voti. E’ la quarta più votata di tutte le elezioni. Area Dem, quella dove sono confluiti quasi tutti gli ex Popolari, ha portato a casa anche un altro consigliere sicuro, comunque vada (GiulioPelonzi).Il peso di Nicola Zingaretti, governatore del Lazio e per scelta molto lontano dalle dinamiche interne del Pd, ha prodotto il secondo e il terzo posto nella classifica con i consiglieri uscenti Marco Palumbo e Ilaria Piccolo.
Il resto dei migliori posizionamenti vanno divisi tra l’area veltroniana di Roberto Morassut sfidante di Giachetti alle primarie (con Valeria Baglio), i turborenziani (Orlando Corsetti) e i Giovani Turchi (Giulia Tempesta). L’unico senza troppi sponsor,spalleggiato da una parte dei renziani, è stato il giovane Giovanni Zannola, candidato di Ostia,municipio complesso e sciolto per Mafia, e sommerso dall’onda lunga dei grillini. Gli altri candidati renziani, orfiniani, bettiniani e fioroniani sono appesi all’exploit di Giachetti: entreranno solo in caso di vittoria del renziano contro la Raggi. Emblematico il caso di Estella Marino: la volta scorsa, nel 2013, risultò la più votata sfiorando quasi quota 10mila, forse aiutata anche dall’omonimia con il candidato sindaco. Poi divenne assessore all’Ambiente e fedelissima del sindaco fino alla fine. Questa volta, candidata della minoranza Pd capeggiata da Marco Miccoli, si è fermata a 1.704.

Eccolo qui, il lanciafiamme. Buon barbecue.