Politica

Cosa succede nel PD se vince il sì

Goffredo De Marchis su Repubblica racconta quali sono le intenzioni del segretario del Partito Democratico in caso di vittoria del sì al referendum sulle riforme costituzionali. L’intenzione del premier è ridimensionare la minoranza e ridurne la presenza nelle liste elettorali alle prossime urne:

Oggi la minoranza, Cuperlo compreso, quando si conta in direzione, balla intorno ai 10 voti. Alla Camera i bersaniani sono 20, al Senato i dissidenti certificati invece arrivano a 10. Non sono grandi numeri, anche se variano a seconda delle battaglie interne. Ma sono certamente destinati a cambiare in caso di vittoria del No, aumentando. Potrebbero essere diversi, e al ribasso, se invece la riforma costituzionale ottenesse il via libera degli elettori. E il passaggio congressuale si trasformerebbe nella grande occasione renziana di fare piazza pulita «degli equivoci non delle persone». Per questo il congresso verrebbe anticipato e non di poco.
Negli scenari del futuro, il premier non ha mai messo in discussione una promessa che ha fatto tempo fa: «Il congresso voglio svolgerlo nella prima metà del 2017, sei mesi prima della scadenza naturale della fine dell’anno». Lo ripete anche in questi giorni di forsennata campagna referendaria. Lo confermano i fedelissimi: «Questo è ciò che ha annunciato e quello che vuole davvero». Le assise del Pd hanno un percorso lungo e complicato: campagna di tesseramento, candidature, voto degli iscritti sui candidati, poi i primi classificati si sottopongono al giudizio definitivo delle primarie aperte. E la carica di segretario e possibile premier coincidono.

Il sondaggio dell'istituto Ixé pubblicato sul Corriere della Sera (3 novembre 2016)
Il sondaggio dell’istituto Ixé pubblicato sul Corriere della Sera (3 novembre 2016)

Le procedure del congresso durano almeno tre mesi, quindi sostanzialmente si ripartirebbe subito, poche settimane dopo il 4 dicembre:

Se Bersani e D’Alema pensano che la vittoria del Sì verrà sfruttata per andare alle urne il prima possibile, a Palazzo Chigi proiettano un altro film concentrato sul partito: capitalizzare il Sì per chiudere la partita con la minoranza attraverso il congresso. Scadenza naturale per le politiche, dunque, al febbraio 2018: questa è la versione dei renziani in attesa anche di valutare le reali dimensioni di un’eventuale vittoria referendaria. Anticipo invece della resa dei conti nel Partito democratico. Insomma, sia i renziani sia gli antirenziani preparano le mosse intorno al Pd, più ancora che intorno al futuro del governo. Chiedendo immediatamente la testa di Renzi segretario se vince il No, provando a ridimensionare la minoranza se vince il Sì. Improvvisamente nel Pd verrà riscoperta la centralità del partito, il suo ruolo, la sua funzione, la sua capacità di essere un architrave del sistema, del governo e della maggioranza parlamentare.

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