Fact checking

Cosa rivela il ridicolo "attacco" di Boris Johnson al Prosecco

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Forse non è poi così vero quello che diceva Marx, ovvero che tutto nella storia si presenta sempre due volte, la prima come tragedia e la seconda come farsa: per quanto riguarda la Brexit abbiamo saltato direttamente la fase tragica e siamo passati fin da subito ad una fase di profondo imbarazzo a tratti ridicola. Fin dal giorno dopo la vittoria del Leave al referendum sull’uscita del Regno Unito dall’Unione Europea è apparso evidente come i fautori della Brexit non avessero la benché minima idea di come gestire una situazione che era chiaro non sarebbe stata facile.

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I possibili scenari della Brexit secondo Linda Yueh (via Twitter.com)

Hard Brexit o Chaos Brexit?

Ma il fatto che condurre il Paese fuori dalla UE, su una strada che non è mai stata percorsa e che non è stata adeguatamente studiata, sia un compito arduo non significa che il Governo britannico possa avere un alibi per non avere un piano di qualsiasi genere. In questi mesi si è parlato di Hard Brexit, di Soft Brexit ma mai di un vero e proprio piano d’uscita. Quello che si sa, ma si sapeva anche prima, è che una volta attivato l’articolo 50 del Trattato di Lisbona il Regno Unito e la UE hanno due anni di tempo per concludere i negoziati per il divorzio. Theresa May ha promesso in più di un’occasione che la procedura sarebbe stata attivata entro marzo 2017, in modo da far uscire la Gran Bretagna dall’Unione entro il 2019; ma non è così. Il Governo britannico non ha un piano concreto – e sensato – per attuare la Brexit, quello che manca è un “piano del governo” e una “strategia complessiva per negoziare l’uscita” della Gran Bretagna dall’Unione europea. Ci sarebbero, secondo il documento, cinquecento progetti da analizzare e ci vorrebbero 30mila persone da mettere al lavoro per i piani operativi. Lo ha rivelato qualche giorno fa il Times che ha spiegato che al Gabinetto della May manca una visione strategica d’insieme, colpa anche dei due schieramenti opposti interno al Governo che vedono da una parte il ministro degli Esteri Boris Johnson con il ministro per la Brexit David Davis e il ministro per il Commercio internazionale Liam Fox. Mentre dall’altra ci sarebbero il Cancelliere dello Scacchiere Philip Hammond con il ministro del Commercio Greg Clark. A questo va aggiunto il fatto che una recente sentenza – alla quale il Governo probabilmente presenterà ricorso – dell’Alta Corte di Londra ha stabilito che il Parlamento britannico debba esprimersi con un voto sull’avvio o meno della procedura di uscita dalla Unione Europea.

L’approccio frizzante di Boris Johnson alla Brexit

I leader europei dal canto loro non sembrano particolarmente ben disposti e comprensivi nei confronti della May; c’è da capirli visto che lo spauracchio della Brexit era stato agitato come arma ricattatoria da David Cameron in sede di trattative con l’Unione per ottenere maggiori privilegi per il Regno Unito e che tra i vari ricatti britannici c’era quello della May (all’epoca Ministro dell’Interno) che voleva rimandare in Europa tutti i richiedenti asilo. Matteo Renzi ha detto che gli inglesi non potranno avere più diritti e privilegi dei cittadini dell’Unione mentre il Presidente francese Francois Hollande ha detto chiaramente che se la May vuole una Hard Brexit allora anche i negoziati saranno altrettanto duri. Sulla posizione di Hollande c’è anche la Cancelliera tedesca Angela Merkel. e Presidente del Parlamento Europeo Donald Tusk ha usato una metafora dicendo che si rifiuta di pensare ad un’Unione dove TIR e prodotti finanziari sono liberi di attraversare le frontiere mentre le persone non è concesso. Incredibilmente la notizia non deve essere giunta all’orecchio del Ministro degli Esteri Boris Johnson che ieri si è reso protagonista di un imbarazzante battibecco con il Ministro dello Sviluppo Economico Carlo Calenda. In sostanza Johnson dalla Brexit vuole una sola cosa: la possibilità per il Regno Unito di continuare ad accedere al Mercato Unico, senza però concedere la libera circolazione dei cittadini europei (che è un punto fondamentale per la UE). Per farlo non ha trovato soluzione migliore che minacciare Calenda (e il nostro Paese) dicendo che qualora l’Italia si opponesse ad una simile soluzione vedrebbe ridursi le esportazioni di Prosecco verso l’Inghilterra. Insomma “ci converrebbe” appoggiare la proposta del Regno Unito per non perdere l’accesso al mercato britannico.
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A raccontare la vicenda è stato lo stesso Calenda a Bloomberg: «Di fatto Johnson mi ha detto: non voglio la libera circolazione delle persone, ma voglio il mercato unico, gli ho risposto “non se ne parla”. La sua risposta è stata: ok, ma tu vendi un sacco di Prosecco in Gran Bretagna, e ce lo permetterai perché non vuoi perdere l’export di Prosecco». Al che Calenda ha risposto: «D’accordo, ma tu venderai meno fish and chips. Solo che io venderò meno Prosecco in un solo Paese, tu ne venderai meno in 27, ma mettere le cose su questo piano è un po’ offensivo». Tutto lo scambio rappresenta la punta dell’iceberg della farsa che sta andando in scena sulla Brexit. Non solo Johnson continua a chiedere una cosa che sa di non poter ottenere (ma d’altra parte la proposta è una condizione quasi peggiorativa di quella che vede il Regno Unito nella UE) ma dall’altra Calenda – pur rispondendo con una battuta – non coglie il punto che gli interessi delle esportazioni britanniche non riguardano il fish&chips ma soprattutto i prodotti finanziari e servizi. Quella di Johnsonn è una minaccia (anche se scema), la risposta di Calenda però non riesce ad essere altrettanto minacciosa. Ma parlando di cose nostrane chissà come avrà preso il ricatto sul Prosecco Matteo Salvini, il leader di quel movimento politico che nelle terre dove si produce il Prosecco ha sempre ottenuto risultati spumeggianti e che crede che la Brexit sia un colpo mortale alle lobby e una grande notizia per l’Italia. Chissà invece cosa avrebbe risposto Luigi Di Maio, uno che sulla Brexit ha le idee così chiare da essere disposto ad accettare tutte le condizioni richieste da Johnson, perché non è sua intenzione punire il popolo britannico ed anzi auspica che “i singoli stati membri possano continuare ad avere fiorenti relazioni economiche con il Regno Unito” pur accettando il fatto che Londra possa “avere il diritto di regolare i flussi migratori altrimenti non sarebbero più stati sovrani”. Ora che Johnson ha gettato la maschera magari qualcuno dei tifosi italiani della Brexit capirà che al Governo inglese non interessa il bene dei cittadini italiani o della nostra economia e che quindi non ha senso stare dalla parte di Johnson visto che sta nella squadra opposta. Per fortuna che è cosa nota che i “nazionalisti” italiani non sono mai stati bravi a difendere gli interessi italiani ma solo i loro. Ed è per questo forse che né Di Maio (che pure è in giro per l’Europa a fare campagna elettorale grazie alla libertà di circolazione garantita dalla UE) né Salvini commentano l’uscita di Boris Johnson e le minacce al “nostro” Prosecco.