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Cosa ci insegna il caso di Valentina Puglisi, la maestra che non va in classe perché è consigliera M5S

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È diventato un piccolo caso quello di Valentina Puglisi insegnante di italiano alla scuola elementare Rayneri di San Salvario a Torino e consigliera d’opposizione per il M5S a Misterbianco, in provincia di Catania. La storia della maestra che insegna a Torino e che fa politica in Sicilia è venuta alla luce grazie all’articolo di Paolo Coccorese sull’edizione torinese del Corriere della Sera. A dare il là alla vicenda le lamentele di alcuni genitori dei piccoli alunni della 1A, che hanno chiesto al Dirigente scolastico il nulla osta per il trasferimento ad un altro istituto.

Nessuna irregolarità, i permessi sono concessi dalla legge

Il problema è che dall’inizio scolastico la “maestra Valentina” non ha mai potuto – a causa del suo impegno politico a Misterbianco – entrare in classe a fare lezione. A giugno infatti la docente, attivista pentastellata, è stata eletta consigliera municipale a Misterbianco. Assente giustificata, quindi. Come ha spiegato Barbato Vetrano – il preside della scuola – la Puglisi infatti usufruisce del permesso  che le consente di assentarsi per la giornata dei lavori consiliari. La maestra, spiega il Preside, “si è premurata di farmi avere le norme che giustificavano le sue assenze” e non avendo chiesto l’aspettativa continua a percepire lo stipendio pur non lavorando. Del resto il gettone di presenza da consigliera comunale non è in grado di sostituire lo stipendio da docente di ruolo.

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La lettera d’intenti sottoscritta dalla Puglisi prima delle elezioni [Fonte]
Nessuno mette in dubbio la legittimità dell’operato della maestra Valentina e nemmeno la sua competenza. Il Dirigente scolastico ha raccontato che due anni fa la Puglisi aveva già avuto una cattedra alla Rayneri e il suo era stato “un servizio ineccepibile”. Il regolamento consente al dipendente pubblico di prendere un permesso per il tempo necessario a partecipare ai lavori del Consiglio e delle Commissione nonché per gli spostamenti dal luogo di lavoro alla sede del Comune dove esercita il mandato. Il problema è che essendo Misterbianco a circa 1.500 chilometri da Torino tra sedute del Consiglio e delle Commissioni la Puglisi non ha il tempo materiale per dedicarsi all’insegnamento. Quindi, come spiega il Preside al Corriere, «se martedì hai riunione di commissione in Sicilia, il lunedì e il mercoledì puoi chiedere il permesso per i viaggi di andata e ritorno».

Per la Puglisi sono solo “beghe pseudopolitiche”

La legge parla chiaro: la Puglisi non è obbligata a prendere l’aspettativa e può legittimamente usufruire dei permessi. D’altra parte nella lettera d’intenti firmata dalla Puglisi all’atto della candidatura è scritto chiaramente che in qualità di consigliera si impegna a garantire la partecipazione “ad almeno l’80% delle sedute del consiglio comunale ed alle eventuali Commissioni a meno di giustificati motivi di carattere istituzionale”. Per rispettare questo impegno senza prendere l’aspettativa l’unica soluzione è quella di usufruire dei permessi. Del resto nulla può la Puglisi se la supplente nominata al suo posto si è dovuta assentare per motivi di salute lasciando scoperta la cattedra.
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Come spiega la consigliera sulla sua pagina Facebook prima della sua elezione aveva fatto ricorso contro la legge della “Buona Scuola” per poter essere trasferita in Sicilia essendo entrata in ruolo nel 2014. Una legge che la Puglisi considera ingiusta. Così come considera inaccettabile la richiesta di rinunciare al suo posto di lavoro prendendo l’aspettativa “per mere beghe pseudopolitiche”. Così facendo non solo perderebbe lo stipendio ma anche l’anzianità di servizio, vedendosi scavalcata nella graduatoria “e così perdere la possibilità di ottenere una cattedra vicino alla sua famiglia”.

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La risposta di un genitore di un alunno della classe della Puglisi

Chiarito quindi una volta per tutte che dal punto di vista formale e del diritto la Puglisi ha ragione e quindi non la si può accusare di aver commesso alcun illecito non si può non far notare l’esistenza di una questione morale e di giustizia che va al di là della legge. Perché è impossibile separare questa vicenda dalla strategia e dalla visione della politica del M5S a livello nazionale. I 5 Stelle infatti hanno spiegato più volte che un conto è la legge, un’altra è la Giustizia. Quella degli onesti, dei politici che devono dare l’esempio ai cittadini ed essere al di sopra di ogni sospetto.

La questione morale degli onesti del M5S

Almeno quando si tratta degli altri. Non serve ricordare le numerose dichiarazioni sul “parlamento abusivo” di non eletti che però riguarda solo i parlamentari degli altri partiti. Oppure le richieste di dimissioni immediate appena un politico avversario viene indagato (addio alla presunzione d’innocenza) con i distinguo e le cautele (“leggiamo le carte” o “è solo un avviso di garanzia”) quando sotto indagine ci finiscono i pentastellati. Anche la questione dello stipendio è curiosa. Qualche giorno fa un parlamentare del M5S che si rifiuta di pagare lo stipendio arretrato ad un suo collaboratore licenziato ingiustamente ha spiegato che non può farlo perché non gli sembra giusto “che una persona che non lavora debba essere pagata come se stesse lavorando“.
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Su un piano squisitamente politico quelle che la Puglisi definisce “beghe pseudopolitiche” sono l’essenza stessa dei valori del MoVimento 5 Stelle, quelli urlanti nelle piazze e declamati a gran voce negli studi televisivi e nelle aule parlamentari. È la cifra stessa della loro azione politica. Una visione che – come scrive la Puglisi nella sua biografia dove omette di avere una cattedra a Torino –  intende l’attività politica “come servizio” alla collettività e il politico (non nominato) è quindi “chiamato” dal Popolo Sovrano a svolgere la sua attività in nome del Cambiamento. Alla Puglisi viene contestato di percepire uno stipendio senza lavorare – cosa che anche se legittima viene vista come profondamente ingiusta. Ma soprattutto viene criticata la scelta di non chiedere l’aspettativa per non perdere l’anzianità.
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Si può davvero pensare che una docente che torna al lavoro dopo cinque anni di permesso possa avere la stessa anzianità di servizio di un’insegnante che durante quei cinque anni – anche a costo di parecchi sacrifici personali – ha insegnato? Questa domanda interroga non tanto la legge quanto la coscienza. Sarebbe bello che su questo punto, ovvero su che esperienza di insegnamento potrà avere tra cinque anni e se si considera alla pari delle colleghe che teme la possano scavalcare, la Puglisi rispondesse in tutta onestà. Ad oggi nessuno dei colleghi del M5S ne ha preso pubblicamente le difese. E anche questo è un dato di fatto da tenere in considerazione. Anche perché ogni sei mesi la Puglisi si è impegnata a rimettere il mandato sottoponendolo al giudizio degli attivisti.